Una sera d’estate, le note “A View to a Kill”, un calice di vino e una magica danza di voci: i Duran Duran tra il cielo di Napoli e l’incanto della Reggia di Caserta
- 13 lug
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Di Michelangelo Iossa
Una sera d’estate a Napoli. La terrazza rooftop del Grand Hotel Parker’s – un luogo che si fa ambasciatore di un’eleganza serenamente aristocratica – accoglie tre signori inglesi che hanno ridefinito il perimetro del pop-rock degli ultimi quarant'anni. Simon Le Bon, John Taylor e Nick Rhodes: in due parole, i Duran Duran.
Una ventina di anni fa, l’hotel partenopeo aveva accolto Simon, Nick e l’allora chitarrista Warren Cuccurullo per una tappa del Festivalbar. E appena l’anno scorso, il più antico albergo della città (classe 1870) aveva ospitato Nick Rhodes, planato a Napoli per il matrimonio della figlia di Roger Taylor. Insomma, l’hotel che fu rifugio di Oscar Wilde e Virginia Woolf è l’impeccabile quinta teatrale della tre-giorni campana della band.
I musicisti ammirano il profilo del Vesuvio, a poche ore dall’inizio della loro esibizione monumentale alla Reggia di Caserta. In un solo sguardo, c’è tutto: l’eleganza britannica, la bellezza del pop d’autore e quell’irresistibile, fatale attrazione che gli inglesi provano da secoli per il nostro Mezzogiorno.
Tra un piatto di Spaghetti alla Nerano ‒ meraviglia locale che non delude mai ‒ e un calice di vino bianco campano, ci ritroviamo a dialogare. Con la complicità del mio libro 007 Operazione Suono, la conversazione si accende, in particolare con John Taylor. Il bassista è colpito da un dettaglio: il volume non è una biografia della spia più famosa del mondo, ma un’anomalia editoriale. È l’unico testo che viviseziona con acribia ogni singola “Bond Song”, da Shirley Bassey a Billie Eilish, passando per Paul McCartney, Tina Turner, Sam Smith e, ça va sans dire, i Duran Duran.
L’attenzione di Taylor – da sempre “bondiano” numero uno all’interno del gruppo di Birmingham – si calamita quasi subito sulla prefazione. La firma è d’oro: Monty Norman, l’inventore del leggendario “James Bond Theme”, il tema orchestrale che dal 1962 accompagna la silhouette di 007 nel mirino della pistola. È qui che la chiacchierata vira bruscamente verso l’emozione pura. Taylor, che ha lavorato gomito a gomito con il titano John Barry, mi confessa di non aver mai incontrato Norman. Quando gli racconto la genesi di quella prefazione ‒ un fitto e appassionato scambio epistolare nel 2020, in pieno lockdown, culminato in surreali ma intense sessioni su Google Meet ‒ e gli rivelo che quelle righe per il libro sono state l’ultimo scritto di Norman prima della scomparsa, John resta visibilmente commosso. È una quadratura del cerchio perfetta: un passaggio di testimone tra il passato orchestrale e il presente pop della saga, una dinamica peraltro già celebrata nel documentario del 2022 The Sound of 007.
Il viaggio nella memoria ci riporta in un attimo all’autunno del 1984. All’epoca, i Duran Duran non erano solo una band: erano una spaventosa macchina da guerra commerciale. Avevano appena lanciato The Wild Boys, promuovevano il live Arena e stavano per registrare Do They Know It’s Christmas? con il supergruppo Band Aid di Bob Geldof. Erano ovunque. Ma erano anche profondamente divisi, con John e Andy Taylor distratti dalle sirene newyorkesi dei Power Station. La svolta, incredibilmente, arrivò grazie a un mix letale di audacia e spocchia tutta british. John si trovava al compleanno di Albert R. “Cubby” Broccoli, il Re Mida dei produttori hollywoodiani, accompagnato dall’allora fidanzata Janine Andrews (già Bond-girl in Octopussy). Complice qualche bicchiere di troppo, il bassista si avvicinò a Broccoli e, senza troppi giri di parole, gli chiese: «I film di 007 sono splendidi, ma quando ti deciderai a prendere una band seria per scrivere una colonna sonora decente?». Nel giro di quarantotto ore, l’incarico per A View To a Kill (da noi 007 Bersaglio Mobile) era assegnato ai Duran Duran. Genio e sregolatezza.
Taylor sfoglia le pagine del libro, si sofferma sulla fotografia dei cinque Duran Duran all’ombra della Torre Eiffel di Parigi, scattata al termine delle riprese del video di A View To a Kill, e sussurra: «Sarà molto emozionante per me suonare la nostra Bond song a Caserta domani sera!».
La magia si è poi spostata nel backstage della Reggia di Caserta, il giorno seguente. Dopo un bellissimo concerto ‒ hit dopo hit, colpo su colpo, una delle esibizioni più gioiose e spettacolari degli ultimi anni per oltre diecimila persone arrivate da tutta Italia ‒ ho incontrato Simon Le Bon e la moglie, la supermodel Yasmin Parvaneh, all’evento privato after-show. Eravamo tra i camerini e la sala warm-up della sezione ritmica. Ne è nata una lunga chiacchierata, ampia, gioiosa e rilassata. Con me anche Tiziana Coste, architetta, conduttrice radiofonica palermitana e curatrice del progetto podcast #WE2ARE1, che alcuni anni fa ha firmato lo special-video #myduran40LIFE. Tiziana, peraltro, aveva già condotto una bella e densa intervista proprio a Simon per una puntata speciale su RadioIN nel novembre del 2023.
All’after-show party, Simon mi ha chiesto a bruciapelo quali fossero i miei brani preferiti del concerto. Risposta facile, in fondo: Girls on film e, naturalmente, A View to a Kill. Ma era impossibile non lodare soprattutto l’impatto – fortissimo – di White Lies in versione live. Simon ha annuito con vigore, illuminandosi: «White Lies è una vera esplosione sul palco».
A quel punto, ho sfoderato un piccolo grande gioco da “Desert Island Disc”: quali, tra le tue canzoni, porteresti su un’isola deserta e, più in particolare, quali ami cantare di più durante i concerti?
Lui ci ha pensato un attimo, sorridendo con quell’aria da eterno ragazzo di Pinner: «È sempre molto difficile scegliere; ogni canzone ha un significato diverso per noi, anno dopo anno. Ma certamente stasera mi è piaciuto moltissimo cantare Come Undone con Anna [Ross, la corista dei DD, ndr.]. Non lo considero un “duetto”; mi sembra, piuttosto, una meravigliosa “danza” tra due voci, un dialogo. Le nostre voci danzano insieme. E poi amo moltissimo cantare Free To Love [l’ultimo singolo della band, firmato con il mito Nile Rodgers, ndr.] in queste settimane; riempie il cuore di gioia e di energia».
Il pop-rock, in fondo, è una faccenda maledettamente seria. Specie se lo suoni guardando il cielo di Napoli e lo canti con l’eleganza di chi ha conquistato le classifiche di tutto il mondo.
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foto di © Federica D’Avanzo




