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Il Circo Massimo di Cremonini

  • 20 lug
  • Tempo di lettura: 4 min
l Circo Massimo di Cremonini a Roma di Fabio Gaudiosi. Anita Curci

Di Fabio Gaudiosi


La brezza di un pomeriggio di fuoco accompagna i sessantamila spettatori accampati al Circo Massimo, a Roma. L’energia sul prato si respira in ogni sguardo che si incontra, diventando preludio della magia delle prossime ore. Mi guardo attorno e vedo persone di ogni età, amanti del pop e dell’energia, di quelle che ai concerti saltano e ballano, guardando le stelle come proprio orizzonte. È il pubblico di Cremonini, quello delle grandi occasioni, quello che vuole tributare il suo Cesare dopo averlo visto partire dal nulla e arrivare così in alto.

Le luci si spengono, le trombe squillano l’arrivo della notte e Cremonini è lì, sul palco, cantando la sensazione di perdersi nel mondo, anche solo per una sera, sulle note di Alaska baby. Il ritmo è sinuoso, ai fan viene spalancata piano la porta d’ingresso delle canzoni, aerei di musica pronti a far vedere la vita dall’alto. Ma presto diventa tempo per riavvolgere il nastro, ricordando di quando i viaggi si facevano solo con una Vespa sgangherata (ogni riferimento non è casuale), buttandosi in volo un secondo dopo aver salutato i genitori con Padremadre, quando Cesare si chiedeva dopo ogni addio se per loro fosse «ancora il più prezioso dei diamanti».

La luce del tramonto saluta la notte della luna e i ricordi delle proprie insicurezze riemergono come ogni sera: Cremonini parla al pubblico raccontando con Logico della sensazione di quando «un occhio ride ma ti piange il cuore», di quando si cerca riparo nei sogni delle favole, che presto scopriamo essere per bambini, senza che nessuno ci avesse avvisato di essere diventati grandi. Il senso di sentirsi prigionieri, rinchiusi da nuvole di speranza che si trasformano in gabbie di ricordi, viene raccontato da Cesare attraverso la musica, lasciando scorrere le sue note nell’anima del pubblico, che guarda i protagonisti delle canzoni muoversi nelle diverse tappe della vita. Anche La ragazza del futuro, la figura salda che Cesare osservava volare senza fermarsi mai, perde la bussola, i suoi «viaggi straordinari» diventano la chimera di una vita che non ha conosciuto mai il dolore, costretta a camminare per la prima volta «sopra il pavimento instabile del mondo». Lo stesso che Cremonini canta ne La stella di Broadway, in cui si consuma l’incontro tra due anime, lo scambio delle loro identità, mentre il loro nome diventa «argento tra le stelle» in una scommessa d’amore, che in Ora che non ho più te si trasforma nel tormento della felicità toccata con mano. Cesare mostra le cicatrici che hanno consumato il suo cuore, immaginando un’ultima notte di gioia, in cui ballare una musica già finita. Davanti all’uomo si pongono Possibili scenari, che si «contendono le nostre vite mentre noi le stiamo lì a guardare», spettatori passivi di un tempo troppo incerto per non essere vissuto da lontano. Mantenersi in equilibrio sul filo della vita diventa la sfida di Cremonini, che in Acrobati desidera solo vedere «noi sospesi/senza scarpe ai piedi», con «la voglia di rischiare/intramontabile per noi/che siamo acrobati/oltre il confine».

In questo modo, in fondo, con il dolore ci si fa anche pace, si impara a conoscerlo, a viverlo, danzandoci insieme e facendo diventare il Mondo «il posto che mi piace», dove vivere costantemente in bilico «aldiquà e aldilà del muro». Il pubblico canta, si lascia trasportare da Cesare che duetta con Jovanotti, proiettato sul maxischermo nell’abbraccio di gente che li acclama. È il momento di godersela, di guardare il paesaggio dall’alto vivendosi il viaggio e basta, lasciandosi trasportare dalle note di una musica che avvolge chi la ascolta. Cesare inizia a giocare con il pubblico, posa il microfono e inizia a cantare con la voce del sassofono, l’ultimo degli strumenti che la sua carriera ha inserito nel bagaglio della musica. Dal palco un sorriso gli spalanca il viso, perché la vita è bella proprio nel suo sapore agrodolce, d’altronde «l’amore è laddove sei pronto a soffrire/lasciando ogni cosa al suo posto e partire», in un volo bellissimo proprio perché transitorio. Cremonini sembra urlare dal palco quanto sia gratificante vivere in equilibrio o almeno averlo imparato a fare, ballando con i propri ricordi, anche se dolorosi, piuttosto che fuggirne. C’è spazio e tempo per accoglierli tutti, soprattutto se belli, come i viaggi in Vespa raccontati in 50 Special, quelli che accompagnavano la rapidità della propria infanzia, andando «in giro con le ali sotto i piedi» in qualunque luogo della mente fosse fuori città.

L’ultima parte del concerto è un cerchio che si chiude, in cui Cesare abbatte ogni barriera e si apre, decidendo di non nascondersi più nel proprio dolore ma di comprenderlo. Bisogna dunque accettare la fatica della solitudine, del sentirsi soli, di quando ci si ritrova a correre fino a San Luca, dove magari ritrovarsi, scoprendo che spesso capita «di camminare giorni interi, interminabili/e sprofondare nei pensieri/abbandonata a desideri inconfessabili/Sì, capita anche a te/di non volere più aspettare la felicità». Perché, dopo essere scappato, Cesare ha avuto il coraggio di riaprire lo scaffale e trovare quella marmellata, «quella che mi nascondevi tu», quel ricordo di un amore che non passa, che rivoluziona il tempo, che stravolge il senso di una vita e ne proietta un’altra sul proprio cammino. «Troveremo il modo per navigare nel buio» sospira Cremonini in Poetica, lasciando in sospeso la propria voce, perché non gli è chiaro se si stia rivolgendo a lei o, piuttosto, a sé stesso. Perché alla fine ritorna la paura di restare soli, la malattia a cui ogni uomo è condannato e da cui può guarire solo nell’incontro di quell’altra anima che le è gemella. «C’ho una spina in gola che mi fa male, fa male, fa male», canta Cremonini cercando per l’ennesima volta quello sguardo perso nel buio della notte, tra le luci che si accendono a illuminare nuvole verdi sopra il cielo. Perché ogni volta che pensiamo di aver imparato a vivere finiamo per perdere tutto, ogni volta che ci carichiamo del dieci sulla schiena poi sbagliamo i rigori, perché, come intitola la canzone, nessuno vuole essere Robin, credendo che la felicità possa essere raggiunta solo diventando eroi, con l’unica conseguenza di farci sentire tutti più soli. «Cosa mi aspetto dal domani?» chiede Cesare in Un giorno migliore, l’ultima canzone del concerto, con cui saluta il suo pubblico. La risposta non ammette repliche: «Che tu ci sia nel mio domani». È l’unico perché che risponde a tutto il rumore provocato dalla sua assenza.


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