Coralin alla fine muore
- 15 lug
- Tempo di lettura: 2 min
Scritto e diretto da Rossella Pugliese
Al teatro “Sala Assoli – Moscato” il 10 luglio 2026 per il Campania Teatro Festival

Di Antonio Tedesco
Un duello psicologico, ma reso con un forte impatto fisico fin dalla prima scena dove, in una tenue penombra, un uomo e una donna si accapigliano, tra urla e tonfi rotolandosi sulle tavole del palcoscenico. Alla fine lui la blocca, la lega, e si viene a sapere che in realtà si è trattato di un rapimento. Sullo scopo del quale il rapitore non intende dare alla rapita alcuna spiegazione. Parte da qui un serrato confronto che declina in molteplici varianti l’eterna dialettica tra vittima e carnefice. Un po’ alla volta, tra paure, rabbie e esitazioni, le personalità dei due “contendenti” si definiscono. Le loro esperienze di vita, diverse, ma parimente traumatiche, si confrontano e si fondono. Fino a creare una sorta di grumo inestricabile che rimescola e inverte i ruoli. Un’esperienza da cui entrambi usciranno profondamente cambiati e con qualche speranza di riscatto che si intravede sullo sfondo delle loro esistenze. Si intitola Coralin alla fine muore, lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Rossella Pugliese, che ha debuttato venerdì 10 luglio alla Sala Assoli-Moscato, nel contesto della diciannovesima edizione del Campania Teatro Festival. Con questo suo lavoro Rossella Pugliese tenta la strada di una drammaturgia contemporanea sanguigna, che si “sporca le mani” con una realtà concreta. E, in quanto tale, contraddittoria, non incasellabile in facili categorie moralistiche. Un’operazione coraggiosa da parte dell’autrice, anche regista e interprete che, specie in quest’ultimo ruolo, si mette fortemente in gioco attraverso un pieno coinvolgimento di grande impegno fisico ed emotivo. Più sfumata l’interpretazione di Adriano Falivene che gestisce l’ambiguità del suo ruolo alternando incertezze e determinazione che, se in parte rispecchiano quelle del personaggio in questione, sembra non riescano mai a definirne con precisione i contorni. Lo spettacolo si presenta nel suo complesso come una sorta di thriller psicologico con forti ascendenze cinematografiche. E, trattandosi di una prima assoluta, è normale che necessiti ancora di qualche assestamento o limatura. Soprattutto in certi passaggi drammaturgici un po’ macchinosi e nel ritmo ogni tanto altalenante. Il contributo sonoro disegna a sua volta un contesto ambientale che assume anch’esso funzioni narrative, avvolgendo questo loft, o soffitta-prigione spoglia ed essenziale, come fosse una propaggine della jungla metropolitana che pulsa fuori e della quale i due personaggi in scena sono artefici e vittime allo stesso tempo.
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