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Non nominate il nome del Diez invano

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Non nominate il nome del Diez invano

Di Gianni Puca


22 giugno 1996, stadio Azteca, città del Messico.


La arranca, la lleva Maradona, la pasa a la izquierda, le queda allí para Diego, encara, va a pasarla, el genio del fútbol mundial, el genio, el genio, el genio... ¡Ta, ta, ta, ta...! ¡Goool! ¡Goool! ¡Quiero llorar! ¡Dios santo! ¡Viva el fútbol! ¡Golazo! ¡Diego! ¡Maradona! Es para llorar, perdónenme... Maradona, en una corrida memorable, en la jugada de todos los tiempos... Barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste para dejar en el camino a tanto inglés, para que el país sea un puño apretado gritando por Argentina? Argentina 2, Inglaterra 0. Diegol, Diegol... Diego Armando Maradona... Gracias, Dios, por el fútbol, por Maradona, por estas lágrimas, por este Argentina 2, Inglaterra 0.


Oggi, 22 giugno 2026, questa poesia dell’uruguaiano Victor Hugo Morales compie 40 anni. Quella cronaca di un tifoso del pallone, non di una squadra di calcio, rese ancora più magico un goal che secondo i più fu il goal più bello della storia del calcio mondiale. Una azione in cui, in effetti, partendo dalla Gran Bretagna, passando per le isole Falkland, Diego dribblò Glenn Hoddle, Peter Reid, Kenny Sansom, Terry Butcher, John Mayor, la Regina Elisabetta, Terry Fenwick, facendosi un selfie mentre scartava pure il portiere Peter Shilton, sebbene all’epoca i cellulari neppure esistessero ancora.


Ma chi sa di calcio non può riconoscere la maggior parte dei meriti di quel goal a Hector Enrique, detto “El Negro”, che gli fornì un assist prezioso a centrocampo che chi capisce di pallone sa che Diego dovette solo spingere in porta. Ma ancor più prezioso fu un consiglio del fratello minore Hugo, che – in occasione di una amichevole dell’Argentina in Inghilterra, rimproverò Diego, che – dopo aver dribblato mezza squadra – calciò la palla fuori.


“Dovevi dribblare pure il portiere”!


E così, quando si ritrovò davanti il gigantesco portiere inglese, Diego si ricordò delle parole del fratello.


E non calciò.


No.


Dribblò pure il portiere. E poi depositò il pallone in porta.


L’ordine dei goal in quella partita non fu casuale.


Il primo fu uno schiaffo. Uno schiaffo in pieno volto.


Non fu l’unico che Diego segnò con la mano. Uno lo fece alla Samp, in tuffo, su cross dalla sinistra di Renica. E uno all’Udinese. Zico gli si avvicinò: “Diego, l’hai presa con la mano. Non è onesto”, gli fece notare il brasiliano.


“Piacere, disonesto Diego Armando Maradona”, gli rispose l’argentino.


Ma quello all’Inghilterra fu il più bello. Fu un gesto rivoluzionario. Almeno a pallone vi battiamo quando voglio. Anche in quella battaglia l’Inghilterra aveva un esercito più forte, con Gary Lineker, che fece il capocannoniere, Glenn Hoddle, Bryan Robson, Peter Beardsley, mentre dei sudamericani l’unico che avrebbe giocato titolare in una squadra di A di alta classifica, sarebbe stato solo Jorge Valdano.  


La storia si scrive con la mano e Diego con la mano decise di scriverla.


Peter Shilton era alto quasi venti centimetri più di Diego, con il braccio alzato arrivava a 2 metri e cinquanta. Poi bisogna calcolare la capacità di elevarsi da terra e la circostanza che l’inglese saltò prima di Diego. Ma l’argentino arrivò sulla palla per primo. Non importa come. In quella partita le regole contano, ma fino ad un certo punto. Loro avevano rubato molto di più.


Delle terre.


Delle vite.


Gli argentini, invece, non rubarono nulla, perché poco dopo legittimarono la vittoria dimostrando chi sapeva giocare meglio a pallone. Anche con i piedi.


Shilton, in una recente intervista, ha dichiarato che dopo quarant’anni non ha ancora perdonato Maradona per quel goal di mano. Ma Diego non lo ha mai chiesto il suo perdono. Conoscendolo, non ho dubbi nel pensare che Diego abbia goduto più per quel goal che per quell’altro. In quello, ancor più che nell’altro, l’aquilone cosmico era volato verso lo spazio, rimanendo immortalato in un dipinto di kandinsky.


Non siamo ancora in grado di rispondere alla domanda di Morales: “¿de qué planeta viniste”. Ma di sicuro non da questo, per cui chiedetevi se il più forte della storia del calcio sia stato Pelè, Crujiff, Di Stefano o Messi, ma non nominate il nome del Diez invano.


Per chi sa guardare oltre, con la mano de Dios, Diego non toccò un pallone, ma un corpo celeste della galassia da cui era sceso e in cui qualche anno dopo decise di ritornare, quando vide che il pallone si era trasformato in calcio e che non avrebbe più stoppato di petto in smoking, perché il fango a cui si riferiva in una sua famosa parabola era quello che si ottiene impastando acqua e terra.


® Riproduzione Riservata

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