L’eleganza del ciuccio: “Allegri ma non troppo”
- 20 giu
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Di Gianni Puca
La Sinfonia n. 6 di Ludwig van Beethoven, L’inverno di Antonio Vivaldi e il concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij sono tra le opere più belle della storia della musica classica, estremamente diverse tra loro ma con una cosa in comune: il tempo.
“Allegro ma non troppo” si legge su questi spartiti, che sono un manifesto della bellezza.
Un’esecuzione rapida, brillante e gioiosa, ma che non diventa frenetica. Un ritmo che ricorda tempi lontani di un allenatore che ha vissuto anni allegri con brio come la “Quinta Sinfonia in do minore di Ludwig van Beethoven”, ma che ultimamente si ricorda più per ricchi esoneri e rescissioni più o meno consensuali.
Ma nel calcio come nella musica il tempo di esecuzione varia nel corso della stessa partita, dello stesso concerto, e un bravo allenatore, un bravo direttore d’orchestra devono saper passare dell’andante maestoso, all’allegro e, se necessario, all’adagio, come nell’opera classica più cantata dai napoletani nell’ultimo decennio.
Il singolo “Zadok the priest”, opera straordinaria di Georg di Friedrich Händel, più conosciuta nell’arrangiamento di Tony Britten, a Napoli ha venduto più copie di Gigi D’Alessio.
Quasi nessuno sa che dal 1727, dalla cerimonia di incoronazione del Re Giorgio II, è l’inno che accompagna le cerimonie di incoronazione dei reali britannici. Eppure la cantano tutti.
Solo qualche reduce dalla guerra, a Napoli, sa che il verso in tedesco “Die meister die besten” vuol dire “I maestri, i migliori”, solo qualche discendente degli angioini, sa che il verso in francese “les grandes équipes” vuol dire “Queste sono le migliori squadre”, tutti sanno, invece, cosa voglia dire il verso finale in inglese: “the champions”.
Ma il ruggito del Maradona, che si sente con un’intensità di poco variabile fino a Salerno, Avellino e Benevento, è stato ufficialmente tradotto in un idioma parte nopeo e parte britannico: “De ceeeeempioooonzzzz”.
Rigorosamente con una trentina di “z” finali.
E mister Allegri di finali Champions ne ha già giocate due, seppur con epilogo non gioioso. Questo, forse, è il vero motivo per il quale è stato ingaggiato dal presidente De Laurentiis a dirigere questa orchestra, che ha colto di sorpresa tifosi e addetti ai lavori che vedevano nella separazione con Conte l’inizio di un ridimensionamento economico e, di conseguenza, tecnico.
E invece no: Allegri percepisce non molto meno di quanto guadagnava Conte a Napoli. E siccome De Laurentiis è innanzitutto un grande imprenditore, sebbene commetterà certamente altri errori nella vita, difficilmente commetterà lo stesso errore fatto prendendo Garcia al posto di Spalletti, rifiutando adeguamenti di stipendio a calciatori come Kvara, perso poi ad un terzo del suo potenziale valore.
Non scrivo il cognome per intero, perché sebbene sia il calciatore che più ho amato tra i terrestri che hanno giocato a Napoli, non imparerò mai a scriverlo.
De Laurentiis sa bene che per risparmiare qualche decina di milioni di euro ne perse 40 della Champions, i 100 del Mundialito. E ora anche lui ha imparato il famoso brocardo partenopeo: “ ’O sparagno nun è mai guadagno”.
Per cui ha scelto Allegri, uno che vince scudetti come Conte, che non fa un gioco brillante, esattamente come Conte, sta antipatico un po’ più di Conte, ma che storicamente ha dimostrato maggiore dimestichezza con la Champions rispetto al collega, che ha invece ottenuto migliori risultati dal punto di vista tricologico.
Considerati i due regali fatti al PSG, ossia Fabian e Kvara, almeno una delle grandi orecchie della coppa, i francesi dovrebbero darla a noi.
E forse è proprio lì la risposta alla domanda che tutti si pongono: perché Allegri?
Il Napoli di De Laurentiis ha vinto due scudetti, tanti quanti ne aveva vinti in precedenza nella sua intera storia, ma il Presidente vuole divertirsi in Europa.
Sui social si legge il malcontento dei tifosi, che però ricorda poco vagamente lo scetticismo che aveva accompagnato Benitez, Sarri, Spalletti e addirittura Ancelotti.
Scetticismo che aveva accompagnato anche alcune riserve del Real Madrid, come Albiol, Callejon e Higuain, inferiore persino ad Amoruso, Cavani, Koulibaly, Kim, Osimhen, il georgiano e pure Mertens, al quale qualcuno di quelli che sanno di calcio aveva pronosticato non più di otto partite in serie A e, invece, sappiamo come è andata a finire.
Forse Allegri è stato scelto per dare continuità a una rosa che, forse, senza infortuni, avrebbe stravinto questo campionato, che è stato il più mediocre degli ultimi 50 anni, e sarebbe andato molto avanti in Champions.
Sebbene io sia consapevole della necessità di ringiovanire la rosa, mi divertirebbe davvero tanto vedere cosa sarebbe in grado di fare quella stessa squadra, con Neres, De Bruyne, Allison e Vergara che si alternano dietro Holjiund. Con la possibilità di utilizzare Lukaku in forma negli ultimi 20 minuti alla Altafini. Mi sarebbe piaciuto vedere un centrocampo senza alchimie forzate: i tre dello scudetto: Anguissa e Mc Tominay ai lati di Lobotka. Ciascuno al proprio posto, a coprire una difesa solida, con Rahmani e Buongiorno al top della forma fisica e mentale al centro, e con Gutierrez e Di Lorenzo terzini.
Ah, e con Meret in porta.
Un grande allenatore dice: “Il portiere non deve saper giocare con i piedi, il portiere deve parare”.
Con Allegri, e con i suoi sistemi di allenamento, alcuni dei calciatori che venivano preannunciati come sicuri partenti probabilmente resteranno.
Ma se qualcuno di loro andrà via e sarà rimpiazzato dai fedelissimi del toscano, Rabiot e Vlahovic, ci sarà da stare allegri.
Molto.
Fermo restando che la sinfonia n. 40 di Mozart può essere straordinaria o banalmente accademica a seconda se la esegue l’Orchestra filarmonica di Vienna o io.
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