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Sotto il carretto dei balocchi: la Roma di Petrolini rivive al Trianon

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  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Di Domenico Livigni


fotografia di Fiorella Passante
fotografia di Fiorella Passante

Un carretto di legno, colmo di vecchi balocchi, è l’unico protagonista di fronte al sipario calato. Lì, quei minuti oggetti d’epoca si offrono come un ponte verso una dimensione remota, quella della Roma degli anni Trenta, permettendo di respirare, in quell’atmosfera sospesa, l’aria di una città genuina in cui il gioco era fatto di poco e l’incanto di tutto. Poi il sipario si apre e la scena rivela un’essenzialità malinconica, caratterizzata da una scenografia di vecchi tappeti sovrapposti, coperte e tessuti rattoppati tra loro che sembrano tanti piccoli sipari usurati, messi lì appositamente per fare da cornice alla vita e alle disavventure del protagonista: Chicchignola. È il 1931 quando Ettore Petrolini dà vita a questo personaggio, un venditore ambulante che porta nel nome il suono di un giocattolo di legno: una raganella dal caratteristico gracidio. La commedia nasce in un’epoca di profonde trasformazioni, segnata dagli sventramenti e dai mutamenti urbanistici imposti dal regime per ripulire il volto della capitale; tuttavia, essa conserva il sapore di una Roma popolare e verace, lo specchio di un’umanità che non ha bisogno di sovrastrutture per mostrare la propria anima. La trama si stringe attorno a un'infedeltà, poiché Chicchignola scopre che la moglie Eugenia lo tradisce con l'amico Egisto. Eppure, non reagisce con la violenza o con il pianto, scegliendo invece la via dell'ironia e fingendosi più ingenuo e distratto di quanto non sia realmente. Egli lascia che i due amanti si credano furbi, osservandoli dall'alto del suo carretto con un distacco quasi filosofico, finché la sua finta tontaggine diventa un’arma con cui smascherare la loro mediocrità: non tramite un colpo di scena, bensì con la forza della verità nuda. Infatti, sceglierà il sorriso amaro piuttosto che la tragedia, consapevole che la vita sia un gioco fatto di strumenti poveri ma di sentimenti immensi. Questa riflessione profonda è tornata a vibrare sabato 17 gennaio sul palco del Teatro Trianon Viviani, un tempio della tradizione che porta il nome di Raffaele Viviani. Fu proprio l'immenso commediografo e attore, simbolo della veracità partenopea, a portare al successo questa commedia nel 1940, riconoscendo in Chicchignola un’anima affine alla sua arte. A ridare oggi voce e corpo a questa maschera è stato Massimo Venturiello, che ha curato anche la regia dello spettacolo restituendo al pubblico la modernità e la malinconia di un personaggio che, ancora oggi, sa parlare al cuore. Accanto a lui, il palcoscenico si popola di presenze vibranti grazie alle interpretazioni di Maria Letizia Gorga, Franco Mannella, Claudia Portale ed Elena Berera, che contribuiscono a tessere una trama corale dove l’anima di Petrolini emerge in tutta la sua pienezza. Lo spettacolo non si limita alla parola recitata, ma si arricchisce di musiche e canzoni che evocano l'atmosfera densa e fumosa di un vecchio varietà, trasformando la scena in un carillon di ricordi e melodie popolari. Venturiello si avventura con grande successo nei panni del protagonista, offrendo un allestimento che risponde pienamente ai canoni di questa figura contemporanea. La sua prova attoriale è nobilitata dalla scelta di non cedere mai alla tentazione di una qualunque possibile imitazione dell'originale petroliniano, preferendo invece una rielaborazione personale, profonda e rispettosa. L’unica nota dissonante, in un affresco armonioso, risiede forse nell’interpretazione dell’episodio della finta rapina. Quando Chicchignola-Venturiello sorprende i due amanti travestendosi da ladro, opta per un repentino cambio di registro linguistico, virando dal romanesco al napoletano. Ne emerge un vernacolo a tratti fin troppo eccessivo, volgare, che dialoga poco con l'eleganza popolare della commedia originale, perdendo quella sottile misura che permea il resto della messa in scena e aggiungendo un dialetto poco attinente alla vera lingua napoletana, soprattutto di quell'epoca. Un piccolo neo che, tuttavia, non offusca la potenza di un’opera capace, ancora una volta, di trasformare la miseria in poesia.


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