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“Perfetti sconosciuti” di Genovese al Diana di Napoli

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 3 mag 2023
  • Tempo di lettura: 4 min

Atto unico. Circa novanta minuti di varia umanità a confronto. La messa in scena di un film “perfettamente conosciuto”. A teatro fino al 7 maggio



Di Alex Capuozzo


Perfetti sconosciuti, il film scritto e diretto da Paolo Genovese nel 2016, premio David di Donatello per regia e sceneggiatura, dopo i successi di pubblico e critica raccolti in Italia e dopo oltre 20 edizioni internazionali che, immagino, abbiano riscosso ugual consensi, arriva in teatro, e fino al 7 maggio lo potrete vedere al Diana di Napoli. Con Dino Abbrescia, Alice Bertini, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Anna Ferzetti e Valeria Solarino. Massimo De Lorenzo sostituito da Emanuele Aita dal 26 al 28 aprile.

Il tema è noto. Come i gatti di T. S. Eliot noi umani, moderni e occidentali abbiamo, non tre nomi ma tre vite: quella familiare, quella interiore e quella segreta. La vita più intima e incondivisibile che nascondiamo nei nostri cellulari. Quella celata in foto, messaggi, contatti, cronologie e tanto altro. La domanda è: chi siamo? E dove stiamo andando, aggiungerebbe l’indimenticabile Riccardo Pazzaglia.

La messa in scena di Genovese, che firma anche la regia teatrale è perfettamente conosciuta. Non era scontato: vero è che il film è ambientato in massima parte in un unico set ma è ricco di movimenti di macchina, inquadrature, dettagli che accompagnano e sottolineano la narrazione. Poteva essere una trappola far sedere i sette protagonisti attorno al tavolo a litigare tra loro ma così non è stato.

La scenografia firmata da Luigi Ferrigno divide il palcoscenico in tre livelli sovrapposti: cucina e servizi, soggiorno e terrazzo. La cena prende vita attorno ad un tavolino con gli amici che si muovono tra sedie, poltrone e divani. I movimenti di macchina e le inquadrature del film diventano attenti giochi di luce che, con lo scorrere della storia, focalizzano l’attenzione della platea. Atto unico, circa novanta minuti di varia umanità a confronto. Si scava sotto la superficie delle apparenze con la scusa di giocare a mettere in condivisione i cellulari, le scatole nere della nostra vita, per la durata di una cena.

Tra una telefonata e un messaggino, il gioco si fa presto duro e mentre la luna si nasconde dietro l’ombra della terra le vere vite dei protagonisti si rivelano. Il matrimonio in crisi, l’amico omosessuale che si rende ben presto conto che l’outing è meglio lasciarlo fare agli altri, donne fragili, drammi familiari e i soliti maschietti da “ogni lasciata è persa”. Tutti perfetti perdenti, anime smarrite alla ricerca di vite plausibili e magari anche decenti.

L’unico personaggio che, alla fine, riuscirà a guadagnarsi l’affetto del pubblico è il padrone di casa. L’essere umano “cornuto e mazziato” che, nella mia opinione, ritrova il suo senso della vita nell’ammettere la sconfitta. I claim della storia che restano allo spettatore sono suoi: disinneschiamo i conflitti e accettiamo la nostra generale frangibilità.

Meno efficace, ancora a mio parere, la storiella che dobbiamo imparare a lasciarci. L’ho raccolta più volte tra i commenti del pubblico che lasciava il teatro. Forse l’autore vuole suggerirci di imparare a costruire, cercando di far convergere le nostre tre vite in un’unica esistenza.

Per la cronaca: Genovese elabora spesso il tema dell’elaborazione dell’esistenza. Lo ha affrontato anche in The Place nel 2017 tratto da una serie televisiva statunitense, in Supereroi nel 2021 e nel bellissimo Il primo giorno della mia vita nel 2013.

La recitazione segue scrupolosamente le interpretazioni viste sul grande schermo. È un peccato, il confronto vede gli attori sul palco perdenti. Salvo Paolo Calabresi che riesce più degli altri a far suo il personaggio. Il resto è mestiere. Valeria Solarino e gli altri della compagnia clonano quello che abbiamo già sondato nel film ed è proprio questo il problema di tutta la serata.

La trama di Perfetti sconosciuti è nota al pubblico che affolla il teatro tutto esaurito, il film è da tempo disponibile su Disney+, i temi trattati, per quanto attuali e affascinanti, sono triti e ritriti. Che senso ha portare in teatro la copia conforme del film? Poteva essere l’occasione, tanto più che al timone c’è sempre Paolo Genovese, per mischiare le carte, proporre nuovi punti di vista, cambiare la prospettiva. Si poteva osare di più? Si potevano modificare i toni e l’ambientazione? Aggiornare nuovi temi?

Il pretesto della cena tra amici è un foglio bianco su cui si poteva scrivere la qualunque, mantenendo lo spunto dei telefonini. Precedenti interessanti sono Metti una sera a cena di Giuseppe Patrini Griffi del 1967, portato al cinema nel 1969 dallo stesso autore e ancora Le Dieu du Carnage del 2006 della francese Yasmina Reza portato al cinema da Roman Polanski nel 2011 con il titolo Carnage.

Due produzioni che hanno fatto il salto dalla platea del teatro a quella del grande cinema, dal piccolo al grande. Genovese fa l’operazione opposta, dal grande al piccolo e questo, probabilmente, meritava un lavoro di aggiornamento se non di riscrittura per essere veramente efficace.

Quello che ho visto è la messa in scena di un film “perfettamente conosciuto”, una produzione di altissimo livello, piacevole, intrigante ma, nella mia opinione, abbastanza inutile. Avrà successo come le oltre venti edizioni che ci sono state nel mondo. Prima o poi riuscirò a vedere anche quelle asiatiche che potrebbero proporre rielaborazioni interessanti. Resta vero che, come diceva Brian: perché vendere una cosa una volta quando posso venderla cento.


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