Riflessioni sul romanzo storico “Nina o sia la pazza per amore” di Anita Curci
- ComunicatiCultura
- 17 lug 2021
- Tempo di lettura: 10 min
Aggiornamento: 16 feb 2022
Lavoro poderoso, colto, scritto con perizia e sollecitudine da risultare coinvolgente, denso e movimentato. Filo conduttore la vita della protagonista, la marchesina Antonina Giuseppe Scarca, detta Nina, personaggio di fantasia che affascina per la forza, la bellezza, la tenerezza, la grande idealità che si accompagna ad una ottima dose di senso pratico e soprattutto empatico.
Protagonista anche Napoli, la Storia nella sua galoppante fase di cambiamento di un fine secolo verso il successivo e in particolare nella realtà partenopea in pieno 1789.
Di Silvana Campese

A causa del caldo asfissiante e pericoloso per chi, come me, è anziana/o e cardiopatica/o, non ho potuto essere presente presso la libreria IOCISTO in occasione della presentazione del romanzo storico “Nina o sia la pazza per amore” di Anita Curci. Ci tenevo moltissimo, innanzitutto per ringraziarla di avermi scelto come relatrice perché ha significato rileggere più responsabilmente il testo, questa volta in cartaceo, avendolo già fatto prima della pubblicazione al PC. Infatti mi aveva chiesto un giudizio critico che è poi diventato la postfazione che vi compare. Se la prima lettura mi aveva coinvolta e convinta, la seconda è risultata ancora più piacevole ed appassionante anche perché il rapporto con un libro in forma cartacea è per me molto più seducente oltre che comodo e comunque, se mi prende già alle prime dieci pagine, diventa una vera e propria esperienza relazionale. Nel senso che è un rapporto fisico e mentale, sento l’esigenza ed il piacere di toccarlo, saperlo presente e facilmente raggiungibile in ogni momento. Diventa veramente mio e ne sono gelosa. Il massimo nella esperienza si verifica quando mi innamoro del personaggio o di uno dei personaggi protagonisti. E di Nina, tutt’altro che pazza e tantomeno per amore, mi sono innamorata. Del resto il titolo è poco più che un pretesto, nel senso che il romanzo in realtà ha poco a che fare con l’omonimo componimento di Giovanni Paisiello ma è stato scelto dall’autrice allo scopo di inquadrare il racconto sul piano geografico, temporale e culturale. Va detto tuttavia che anche lui, il Paisiello, vi compare tra i tanti personaggi storici realmente vissuti e precisamente a Palazzo Reale, mentre, in qualità di Maestro di Cappella e Compositore di Corte si accorda con il corpo di ballo e i musicisti, la sera in cui la giovanissima ed emozionatissima protagonista viene presentata in società.
Nel corso della presentazione avrei scelto di tratteggiare il mio viaggio emozionale da lettrice e lasciare agli altri esprimersi su stile, trama, contenuti, fondo storico, personaggi ecc. ecc. Lo faccio ora e con il vantaggio (non tutti i mali vengono per nuocere...) di potermi dilungare con piena soddisfazione senza timore di rubare troppo tempo ad altri.
Premesso che il romanzo è un lavoro poderoso, colto, scritto con grande cura, perizia e sollecitudine verso il lettore, tal da risultare coinvolgente, denso e movimentato, il suo filo conduttore è la vita della protagonista, la marchesina Antonina Giuseppe (non Giuseppa!) Scarca, detta Nina, personaggio di fantasia che affascina per la forza, la bellezza, la tenerezza, la sua grande idealità che si accompagna ad una ottima dose di senso pratico e soprattutto empatico. La bellezza di Nina è da intendersi soprattutto come bellezza interiore, dal momento che bella in senso canonico non è. Almeno non prima di sbocciare pienamente come donna. Infatti il giudizio estetico su di lei da parte di alcuni, quando è ancora adolescente, risulta poco favorevole. In particolare nella descrizione fisica del corpo che viene fatta a pg. 18 allorquando il padre del giovane Pasquale di cui Nina si innamora, cioè Andrea Marra, conte di Angrua, mena l’occhio su di lei: “piccolo, piatto, lineamenti scialbi, ʼnu masculo!”.
Protagoniste Nina, Napoli, la Storia nella sua galoppante fase di cambiamento di un fine secolo verso il successivo ed in particolare nella realtà partenopea in pieno 1789, successivamente nel feudo di Roccagioiosa ai confini del Regno, il contesto non fa solo da sfondo alla vivace narrazione. Vi veniamo subito immessi, sin dalla prima pagina, dalle virtuose ‘pennellate’ letterarie di Anita Curci, attraverso il dialogo che hanno Don Sebastiano Scarca, marchese di Roccagioiosa e padre della protagonista, e l’abate Don Girolamo, suo ospite nella casa che affaccia su vico Sant’Anna di Palazzo ai Quartieri Spagnoli. Ho subito pensato ad Eleonora Pimentel nella monumentale chiesa di Sant’Anna di Palazzo dove, nel febbraio del 1778, celebrò il suo matrimonio e, qualche tempo dopo, vi seppellì il suo unico figlio Francesco, morto quand'era ancora in fasce. Il che mi ha immediatamente provocato non solo il collegamento con il libro di Enzo Striano “Il resto di niente” sulla storia di Lènor, ma in contemporanea una sorta di flashback e mi sono ritrovata nella sala 7 di Palazzo Serra di Cassano, che viene chiamata la Sala da Biliardo, dove tra l’altro ho presentato tre dei miei libri. È caratterizzata dalla presenza di teche che contengono vestiti originali del ʼ700 e da due quadri molto interessanti: il primo, di epoca abbastanza recente, raffigura Eleonora, figura di donna da me molto amata, ma ritratta con lineamenti mascolini. Il secondo dipinto è la riproduzione dell’originale di Gioacchino Toma (1836-1891) che si trova a Roma e rappresenta Luisa Sanfelice nel suo periodo di prigionia prima di essere giustiziata in Piazza Mercato nel 1800. Di Luigia Sanfelice parla nel romanzo di Anita Curci la pettinatrice, Madama la capera, mentre pettina Nina per la grande occasione della sua presentazione in società a Palazzo Reale, descrivendo la nobildonna piuttosto come una “mala mamma” e pure malafemmina... Insomma, pur non essendo ancora entrata nel vivo della narrazione, il tempo, il luogo, il contenuto dei dialoghi già nelle prime pagine hanno stimolato forti collegamenti emotivi con ‘eroine’ di quello stesso storico, tumultuoso periodo. Avrei poi verificato che il percorso di vita di Nina incrocia, tra i tanti personaggi storici, anche la stessa Eleonora. Accade la prima volta quando si reca, su invito di Ettore Carafa, duca di Andria e conte di Ruvo, nel palazzo del marchese Gaetano Lauta di Sanlorenzo, ove c’è una festa e lei è nell’occasione molto brillante. Però ad un certo punto, un po’ per noia, un po’ per curiosità si allontana, peraltro seguendo uno sconosciuto senza essere vista. Si trova così in una sorta di antibagno e scopre che vi si discute di ciò che sta accadendo nel Regno per reazione a quello che accade in Francia. Lo sconosciuto ha con sé Le Moniteur (dalla Francia). Del gruppo fa parte Eleonora Pimentel che legge gli articoli e accanto a lei l’avvocato Mario Pagano e Vincenzo Cuoco, all’epoca neanche ventenne, essendo nato nel 1770, ma già impegnato in studi giuridici e questioni politiche, nonché lo stesso Domenico Cirillo, il famoso medico, che già conosce Nina e cura personalmente suo padre. Ed in questa come in una infinità di altre occasioni l’autrice tratteggia con penna sicura e potente fisionomie, caratteri e psicologie dei personaggi, come anche spesso squarci del loro vissuto o della fase, momento o circostanze che vivono. La nostra protagonista conosce l’affascinante e coraggioso Francesco Caracciolo, duca di Brienza. Rivede l’amico d’infanzia Pasquale Marra, del quale è innamorata ma prova al momento forte risentimento per un episodio sgradevole precedente e tuttavia, quand’egli la trascina sulla balconata ci sarà il primo bacio e comunque di lui resterà innamorata fino alla fine della sua breve vita. Peraltro a pg. 16, Nina e il padre si recano in carrozza al casale dei Marra dove il diciassettenne Pasqualino, già sconfitto in duello dalla marchesina Scarca la settimana prima, non si mostra lieto della visita. La giovane donna è una abilissima spadaccina, allenata ad affrontare duelli con giovanissimi uomini perché suo padre, che voleva un figlio maschio, come tale l’ha allevata. Sin dalle prime pagine viene chiarito il tipo di “educazione al maschile” che Sebastiano ha stabilito dovesse impartire a Nina, superata la sua prima infanzia, durante la quale non erano nati altri figli. Il tutto grazie all’accordo preso con la moglie nel senso di non ‘ripudiarla’ per la sua (presunta) intervenuta sterilità (come all’epoca sarebbe potuto accadere...) ma educando la ragazzina nei modi destinati a farne una spadaccina nonché una cavallerizza impareggiabile e poi a perfezionarsi nell’uso del moschetto. Ma anche a giocare a carte e frequentare con lui località, contesti e interni di vario genere piuttosto che restare chiusa tra le pareti domestiche a ‘fare la calza’... Tutte le competenze ‘da maschio’ le torneranno molto utili insieme a quelle culturali e ‘tecniche’ che è determinata a alimentare attraverso le letture, lo studio e l’ascolto attento di quanto dicano persone esperte e colte su argomenti di suo particolare interesse. Arriverà poi a fingersi maschio per necessità... Nella mia postfazione al libro metto in evidenza il fatto che “la vita delle donne è sempre stata piena di ostacoli. Giuridici, sociali, politici. La figura maschile nei secoli, per non dire nei millenni, ha sempre prevaricato confinando il/i ruolo/i femminile/i, per quanto fondamentali, essenziali e soprattutto ‘vitali’ per la sopravvivenza e l’organizzazione del contesto sociale, in secondo piano o del tutto dietro le quinte. La donna, ventre generatore della vita, è stata cioè chiusa e sacrificata come persona ma anche come madre e moglie in dimensioni repressive o comunque asfittiche sul piano politico e sociale. Insomma “angelo del focolare”, severamente o ferocemente sotto la tutela prima di un padre o di un fratello e, dopo, di un marito”. Nel mito, nella leggenda, nella storia, nella letteratura sono moltissime le figure femminili che hanno reagito a tanta esclusione con l’astuzia ed il travestimento o grazie a pseudonimi... Però nel caso di Nina abbiamo una valenza in più rispetto alla astuzia adoperata per ottenere un successo, raggiungere un obiettivo, esercitare una professione e altro ancora. Infatti il padre stesso, volente o nolente, non per larghezza di vedute bensì per propria soddisfazione e gratificazione, contribuisce in modo alternativo alla formazione della bambina e dell’adolescente, il cui carattere e la cui psicologia si sviluppano dando spazio a tutte le componenti in embrione, comprese quindi anche quelle definite comunemente maschili ed orientano scelte e coraggiose, audaci sfide in momenti e contesti storici ed ambientali ben lontani e molto diversi da quelli che in seguito si sono evoluti con le lotte di emancipazione e di liberazione delle donne e delle femministe. A tal proposito sia Eleonora che Nina sono senz’altro definibili femministe antesignane, ma io vorrei precisare che le lotte del primo femminismo riconosciuto come tale (le suffragette, per intenderci...) furono lotte di emancipazione e conquista di sacrosanti diritti negati (studio, conseguente esercizio delle professioni, diritto di voto ecc. ecc.). Altro è il femminismo degli anni ’70 che lottò sì per le pari opportunità e la conquista di ulteriori diritti ancora negati ma soprattutto per la libertà di essere sé stesse/i e soprattutto per liberazione del femminile autentico e non colonizzato e quindi la liberazione delle donne dagli stereotipi, dagli schemi, dai ruoli di matrice maschilista, patriarcale e sessista e non ebbe come unico obiettivo dimostrare di poter e saper fare tutto ciò che facevano e fanno gli uomini. Non a caso ho ricordato “Faust-Fausta”, opera letteraria (1990) e poi cinematografica di Lina Mangiacapre, che coglie con spietata evidenza e acutezza questo problematico rapporto maschio-femmina, presenza antinomica viva in ognuno di noi. Il pensiero è andato anche a “Orlando” di Virginia Woolf, biografia che diventa romanzo di un eroe che diventa un’eroina e che vive parecchi secoli. Ciò che il personaggio Orlando e la sua vita fantastica ci dicono è che dentro ognuno di noi non esiste un sé prestabilito e rigido, pietrificato nella propria identità, bensì molti sé fluidi, instabili, che, scivolando l’uno nell’altro e sull’altro, mutano incessantemente pur conservando al proprio interno elementi di continuità.
Ma, a parte ciò, resta per me molto ben chiara la necessità del separatismo politico. Non nego l’importanza, in alcuni casi, dell’alleanza maschile, ma la considero utile, non indispensabile a livello politico ed anzi sollecito sempre la massima attenzione perché troppo spesso si è dimostrata e si dimostra in odore di fregatura. A livello individuale può essere invece molto positiva se poggia su lealtà e sincerità e non su secondi fini. Come nel caso dell’amicizia di Nina con il personaggio di Andrea di Lamas, figlio del sindaco del paese... Ma è secondo me Ettore Carafa a definire in modo eccellente a pg. 44 Nina: “Sorprendente ragazza. Sembravate una furia; quasi mi superavate. Non ho mai visto nessuna donna cavalcare così. Solo chi non si lascia condizionare dalle etichette sociali, riesce a godersi la vita liberando il proprio carattere” ecc. ecc.
La complessa tematica dell’identità sessuale è oggi particolarmente attuale e molto se ne discute perché le femministe storiche, separatiste e radicali, ma non solo loro, manifestano grandi perplessità e esprimono anche articolate critiche a proposito del famoso testo di legge proposto contro l’omotransfobia e conosciuto come Zan dal nome del parlamentare proponente. Si discute soprattutto a proposito della “identità di genere”, espressione che in tutto il mondo viene brandita come un’arma contro le donne. L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi -in particolare quella dei corpi femminili- viene fatta sparire. E’ la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere, è l’essere donna a disposizione di tutti. Le donne hanno lottato per decine e decine di anni molto duramente per ottenere almeno in parte il dovuto riconoscimento in quanto sono la metà dell’umanità e soggetti completi in sé e non certamente inferiori rispetto agli uomini. Il testo della legge Zan, così come concepito, è pericoloso proprio per le donne perché le riduce paradossalmente a uno tra i tanti gruppi e sottogruppi di cui è formata una parte di umanità variamente svantaggiata in una realtà ancora troppo discriminante, patriarcale e maschilista.
Nel corso della lettura, sempre più coinvolgente, ben presto si sa che ormai da tempo la famiglia Scarca è in gravi difficoltà economiche ed apprendiamo subito, sin dai primi capitoli attraverso il colloquio animato tra la madre di Nina, Lucia Aveleta e la suocera del padre, donna Amalia, che egli, don Sebastiano, ha dilapidato il patrimonio portato in dote dalla moglie nei modi classici, per così dire, di un marito ben poco virtuoso... Nina quindi è di fatto praticamente povera, tanto che decide di andare con il padre nella tenuta di loro proprietà, che ha visto l’ultima volta all’età di sei anni e dove vive la nonna paterna, Donna Celeste, con la quale nel tempo ha mantenuto rapporti epistolari con messaggi abbastanza brevi da parte sua e lunghe lettere da parte della nonna. Il feudo di Roccagioiosa rappresenta ormai l’unica speranza. Ma Nina impatterà con una realtà di abbandono, povertà, disagio avvilenti ed inoltre sarà costretta, oltre che a vendere tutto il vendibile tra mobili, suppellettili e quant’altro nel casale, soprattutto a fingersi uomo per sopravvivere e tentare di riportare proprietà e finanze a miglior sorte. Lì il sistema è pervicacemente fondato ancora sul potere dei feudatari. Un potere iniquo e perverso. A Roccagioiosa la protagonista di questo splendido romanzo verrà a conoscenza di tutti gli antefatti e alcuni segreti che riguardano il lato paterno della sua famiglia... La storia si interrompe repentinamente e in maniera simbolica nel 1795, come ad annunciare le sciagure del sanguinoso ’99 napoletano. Le sorti di Nina – mi raccontava di recente l’autrice stessa – dovevano essere necessariamente spiazzanti come spiazzante fu la fine dei nostri giovani intellettuali, finiti all’improvviso e clamorosamente sotto la mannaia del boia comandato dalla regina Maria Carolina.
Penso spesso ad Eleonora, alle sue parole... “Ma di me? Nada de nada. Il resto di niente” – pensò sconsolata in quella dura attesa del patibolo sul quale si dice abbia avuto la forza di pronunciare la frase “Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo”. Il mio amore per Lènor ha reso ancora più commovente per me il capitolo ultimo, nel passaggio in cui prima muore Sebastiano mentre, entrambi in carrozza, di ritorno verso Napoli, Nina “osservava il paesaggio demoralizzata, ripensando ai commenti del marchese Lauta sulle sorti di Napoli, rimuginando sulla faccenda della Vicaria, rimpastando vecchi sentimenti. Chi sa se avrebbe rivisto Pasquale. Quanto tempo era passato dalla serena fanciullezza. Cosa le restava della vita? Cominciava a perdere speranza. A conti fatti, aveva lottato per tutta la sua breve esistenza strenuamente per non approdare a nulla”. Ecco, “Il resto di niente”! A fine lettura presi il libro di Striano, regalatomi da un’amica tanti anni fa, per andarvi a rileggere la sua dedica: “Se il ‘niente’ è l’idea di libertà val la pena di combattere e di morire. Sono sicura che per te ‘tutto’ è libertà e allora mi sembra un collegamento naturale Lenora-Silvana”.




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