Nell’inquietante cono d'ombra della Medicina
- ComunicatiCultura
- 23 feb 2021
- Tempo di lettura: 6 min
"Non avrò scampo" di Vito Ferrone
Di Valeria Marzoli

“Non avrò scampo – La seconda indagine dell’ispettrice de Asmundiis”, l’ultimo romanzo di Vito Ferrone, edito da Apeiron, è in libreria e sui maggiori bookshop online. Giallo avvincente di 270 pagine (euro 14,50) con una trama che tiene col fiato sospeso fino all’ultimo rigo. Non appena ritornata al suo commissariato la vice commissaria di Polizia Maria Camilla Carafa de Asmundiis subito deve affrontare le indagini sull’omicidio di Giulio Grassi, fisico nucleare ammazzato nella sua auto. Non è il classico delitto di camorra: questa è l’unica certezza che anima il lavoro della sbirra. Per il resto... amori, tradimenti, fisica medica e farmaci ad alta selettività. Qual è la chiave per comprendere le dinamiche che hanno portato a questo delitto? Un amore clandestino? I remunerativi trattamenti per la lotta contro i tumori? La morte di Giulio Grassi mette a dura prova le abilità investigative della vice commissaria de Asmundiis, che alla fine però ne viene a capo. Drammaticamente. Il tutto è ambientato nell’affascinante città di Napoli che, con i suoi vicoli e con i rumori delle sue strade, diventa un’altra protagonista del libro.
Ferrone, com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo?
Il primo libro con Maria Camilla, “Avevo ancora i capelli bagnati”, ha un finale non scontato, e in qualche modo definitivo, tant’è che la Robin edizioni lo ha pubblicato nella collana “Giallo e Nero d’Autore” come un unicum, nel senso che non prevedeva un seguito, né per la verità era facile realizzarlo. È passato del tempo e ho cominciato a pensare che un secondo libro con Camilla de Asmundiis si poteva tentare. In fondo, avevo accettato una sfida con me stesso: un personaggio femminile. Una donna protagonista assoluta, o quasi, di un mio libro. E non era andata male, perché lasciare perdere?
Fisica Nucleare, lotta ai tumori, le dolorose e costose terapie chemioterapiche, il torbido mondo dei farmaci ad alta selettività. Lei ci spinge a guardare in un cono d’ombra inquietante… Che cosa l’ha spinta ad occuparsi di questi argomenti?
Un commissario di polizia che si occupa di Fisica e dintorni, cioè delle ricadute direi epistemologiche sulla nostra vita, può sembrare, forse lo è, una bizzarria. A me, invece, è parsa una buona idea. Perché la Fisica aguzza l’intelligenza, e un investigatore intelligente necessariamente è più capace di risolvere. In questo guazzabuglio di commissari e investigatori, inoltre, uno che si “distrae” con la Fisica poteva essere un personaggio nuovo. Riconosco che come “hobby” è piuttosto impegnativo, ma a me intriga.
Perciò, l’idea d’inserire argomenti di Fisica nel libro si è fatta sentire prepotente. Mi sono imbattuto nei LEA, i Livelli essenziali di assistenza, che il Ministero della Salute aveva finalmente previsto per tutto il territorio nazionale, e mi sono detto: vuoi vedere che si può mettere su una trama credibile e avvincente? È stata una faticata. Ho dovuto studiare. Verificare, approfondire, e ho trovato un mondo. Direi che ne è valsa la pena.
Tutto ha un valore monetario: è questa l’amara verità del suo libro?
Il potere dei soldi non è una mia scoperta, ovviamente. È sempre stato così e temo sarà sempre peggio. Non mi va di fare il sociologo della porta accanto o, peggio, da social, non avendo nessuna conoscenza o competenza seria farei solo brutte figure. Però come osservatore interessato ― altrimenti di che scrivi? ― dico che, a mio modesto avviso, l’individualismo, l’egocentrismo o, tout court, l’egoismo di tutti, e di ciascuno, sembra proprio prevalere, in troppi casi, su valori come la solidarietà e la condivisione. Se questo fosse vero, come io ritengo, allora il potere nefasto dei soldi non può che aumentare e fare disastri. Ma non tutto ha un prezzo. Camilla stessa ne è, voglio sperarlo, un esempio. Ricca, bella, appartenente ad una realtà dove il denaro rende tutto più facile, sceglie di stare dalla parte dei deboli, degli offesi, dei violentati nella loro dignità di uomini o di donne. Potrebbe avere una vita agiata e spensierata, preferisce il rischio di fare il poliziotto in una città difficile e violenta come Napoli. Rinuncia al “bel mondo”, come direbbe la madre Diletta Colonna de Raho, per “sporcarsi le mani” nella dura concretezza della violenza, dell’inganno, della sopraffazione, dell’omicidio. E lo fa a modo suo, senza se e senza ma.
Qual è il ruolo dell’amore nel romanzo?
Centrale, come nella vita. E con l’amore, l’odio. Quando scrivo, la mia preoccupazione principale è quella di essere credibile. Per questo motivo da alcuni attenti “critici” sono stato accusato, con grande affabilità devo aggiungere, di dire troppo. Di spiegare troppo. Hanno ragione ovviamente, e sto cercando di imparare. Insomma, la strada è lunga, e come direbbe un caro amico: piena di insidie.
Comunque, per evitare di essere troppo noioso, nella risposta, mi domando, e domando, c’è qualcosa di più credibile dell’amore, della passione, della gelosia, dell’odio, dell’invidia o della generosità, della lealtà, del coraggio e della morte? È una domanda che ammette, a mio parere, una sola risposta.
Mi consenta un esempio, per certi versi irriverente, ma che spiega bene il mio pensiero. In una occasione, Hemingway, incazzato nero, chiese polemicamente cosa volessero da lui, come scrittore. Da lui, che orgogliosamente rivendicava di avere usato le stesse parole di Shakespeare. Delle quali, tra l’altro, conosceva profondamente il valore. Lungi da me l’idea di un possibile quanto stupido paragone, ma se posso, senza che qualcuno mi tiri addosso pomodori e improperi, io cerco la stessa cosa: la prevalenza del “fattore umano”. Come direbbe Graham Greene. Venia e considerazione.
Perché ha scelto di ambientare il suo giallo nella città di Napoli?
Perché non posso fare diversamente. Devo parlare di ciò che conosco o,
quantomeno, sono convinto di conoscere. Napoli è la mia città. Dico sempre di me:
lucano d’origine e napoletano di adozione. Difatti, l’unico mio libro non ambientato
a Napoli, lo è in Lucania. Il commissario Lombino torna al paese natio, alla zolla, e,
vabbè, si ritrova a dovere fare i conti con un passato che tragicamente diventa
presente.
Quanto è stato difficile per lei entrare nella psicologia di una donna tanto da
renderla la protagonista del suo giallo?
All’inizio ero spaventato. Poi mi sono chiesto: la complessità femminile è tanta roba,
nel bene e nel male, vuoi che io non ne becchi un poco? Era ovviamente una coperta
di Linus, questa domanda. Ma come ho avuto modo di dire in un’altra intervista,
Napoli è il “motore primo” dei miei libri, e nella città di Partenope le donne sono un
universo mondo. Mi permetto sottolineare che io vivo a Napoli da quarantacinque
anni.
Quanto di realtà nel suo romanzo?
Rispondo come Ernest Hemingway, che pare non fosse nemmeno ubriaco in quell’occasione, una rarità decisamente, per cui, secondo molti, non secondo me, l’affermazione ha una valenza ancora più decisiva: “È solo un romanzo”. Forse un buon romanzo, perché no?
C’è chi scrive perché vuole mettersi in gioco, chi perché vuole riservare su carta quello che ha dentro. Perché scrive Vito Ferrone?
Ho pensato di poterlo fare. Avevo del tempo e avevo letto troppi libri. Io credo sia stata l’incoscienza e al contempo il rispetto di me stesso.
La fatica dello scrivere mi era solo teoricamente nota. Successivamente, nel concreto esercizio di questo mestiere, dove contano molte, forse troppe, cose ― dal talento alla caparbia metodicità, dalla fantasia alla preparazione rigorosa, dalla libertà individuale e personale al rispetto di tanti, dalla solitudine faticosa e creativa alla necessità di essere un’esposizione necessaria, accattivante e rischiosa ― ho finalmente capito che non è difficile. Di più.
In quanto al rispetto di me stesso, amici colti e premurosi mi hanno sempre detto che con lo scrivere ho risparmiato un botto di soldi dallo psicanalista. E non è detto che i risultati sarebbero stati gli stessi. Se ho capito, sarebbero stati peggiori, secondo loro. Aggiungo che l’immaginario mi è sempre piaciuto e servito. È stata la forma di difesa più efficiente ed efficace, da quando, adolescente, mi ha permesso di “sopravvivere” alla mia malattia e alla perdita di mio padre. Inventare storie e personaggi mi rende libero. Naturalmente, il profondo e sentito rispetto per i lettori mi impongono che le une e gli altri siano credibili. E se storie e personaggi sono inventati, non lo sono i sentimenti, la materialità del dolore come la fascinazione dell’amore. Il realismo e, quindi, la credibilità dei miei libri è, e resta, in ciò che noi siamo. Fatto salvo, si capisce, lo scrupolo di una preparazione necessaria per la specificità degli argomenti che insisto a trattare. È chiaro che devo sapere, capire e spiegare cosa siano le radiazioni ionizzanti, ad esempio, o, peggio, il paradosso di una gatto vivo e morto.
Lei ha già pubblicato altri libri allora a quale dei suoi lavori è maggiormente legato?
Due in particolare. Il primo “Nucleo centrale”. Il più ingenuo di tutti, ma che mi ha permesso di cominciare e di andare avanti con fiducia. Uno degli ultimi, “Napoli è centrale”, nel quale il commissario Lombino, protagonista indiscusso anche del primo, perde tutto quello che è la sua ragione di esistere. Tutto. E rischia di perdere la sua stessa vita. Dovrà ricominciare e lo farà, ma sarà veramente un’altra storia. Anche da un punto di vista stilistico.
Chi è Vito Ferrone oltre la scrittura?
Un veterano e puntuto professore di “Chimica e tecnologie chimiche”. Un uomo curioso e innamorato della vita, della sua terra e di Napoli. Che, ovviamente, anche odia. Come nel pieno diritto di ogni napoletano che si rispetti. Uno che ha la stessa compagna da sempre e un figlio amatissimo. Un ingegnere che progettava sicurezza in aziende dai potenziali rischi di “incidente rilevante”. E, infine, per dirla, ancora una volta con l’ubriacone a lui più caro, immagino si sia ampiamente capito, ma questa è, uno che vuole provare a scrivere sempre meglio. In altri termini, non esiste, almeno io non riesco a concepirlo, un Vito Ferrone che non scriva. Magari una bella intervista.
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