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“La signorina e l’amore”, Rosella non invecchia

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 16 feb 2022
  • Tempo di lettura: 2 min

Torna in libreria, dopo venti anni e varie ristampe, per i tipi di Marlin il romanzo-fiume di Giovanna Mozzillo “La signorina e l’amore”



di Monica Lucignano


Torna perché è un affresco cangiante e variopinto di una Napoli che vive e interpreta gli Anni Ruggenti alla maniera di Partenope, quando Posillipo era ancora la Polinesia e le lucciole apparivano di sera sui terrazzi olezzanti di viole e geranei. Quegli stessi spazi che i più fortunati trasformeranno, in ottemperanza al diktat autarchico del governo fascista, in orti odorosi di pomodori e basilico negli anni atroci della guerra. Fino ai giorni catastrofici dei bombardamenti a tappeto, dei rifugi antiaerei improvvisati e della fuga in campagna, da sfollati. Un romanzo storico, dunque, dove la scenografia diventa comprimaria, dove l’io narrante è la stessa Mozzillo che riserva alla sua penna le incursioni in corsivo per riportare il lettore al presente, mentre egli è già preso dalla vicenda della dolce e in apparenza fragile Rosella.

La sua storia è affascinante e coinvolgente, non già per la vicenda amorosa, seppur combattuta, travagliata e fuori dai codici comportamentali dell’epoca; essa è emblematica perché palesa la forza di una ragazzina che diventa donna all’ombra di una storia proibita senza diventare un’eroina rivoluzionaria né una folle iconoclasta del costume imperante. Non ci sono qui i rivolgimenti sociali che invece visse Liala con il Marchese Scotto, quando –pur se con il riserbo che l’epoca richiedeva- la donna che inventò un genere letterario pretese e ottenne la legittimazione del suo adulterio. Rosella non fa scandali eppure non è una sconfitta dalla Vita, né una donnicciola piegata dal destino (che peraltro ha scelto). La sua forza sta nell’accettare il ruolo dell’altra con una dignità che ai nostri giorni è andata persa. Soffre, perché sa che lei è la felicità del suo Leonardo, ma Iris è la chiave per aprire i salotti dell’aristocrazia napoletana e per far carriera; lei è casa, nel palazzotto dei Vergini, Iris è il passepartout per le ambizioni mondane e professionali del marito.

E tutto accetta, Rosella, perché in questa storia cresce e scopre cose di sé mai immaginate. E le preserva, per non diventare, quando la Vita la priverà del suo amore, una donna amareggiata e piena di rimpianti. Infatti è così che sua nipote la ricorda: affettuosa, paziente, disponibile e sempre presente nella vita di tutti i familiari. Intorno a Rosella, infatti, la Mozzillo disegna e dà vita ad una serie di personaggi non convenzionali e che definire secondari è decisamente riduttivo. Le figure maschili tendono ad essere deboli, vittime di morti violente per la guerra o per malattia e quelli che entrano nelle vite di queste donne sono paragonabili a degli ottimi caratteristi, mai a degli attori a pieno titolo. Mentre l’universo femminile che ruota intorno a Rosella è costellato di prime donne: Teresa sua sorella, Maria Iole, Carolina e zia Livietta hanno il compito, soprattutto a distanza di venti anni dalla prima pubblicazione, di restituirci il senso di un “come eravamo”, ognuna con le sue disillusioni matrimoniali, le scelte controcorrente e la capacità di adattarsi, per non perdere il sorriso.

Infine, la Mozzillo elargisce una splendida prova autorale nel cimentarsi con una lingua che non è più la nostra ma che suona familiare seppur desueta ma mai verbosa o incomprensibile per i posteri.


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