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LA CONVERSIONE. Un film di Giovanni Meola

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 26 apr 2021
  • Tempo di lettura: 5 min

Con Peppe De Vincentis e Vincenzo Imperatore. Denunce e svelamento del dietro le quinte di banche e galere


Intervista di Anita Curci


Nel film “La conversione” dello sceneggiatore e regista napoletano Giovanni Meola, al momento in selezione al Los Angeles Italia Film Festival, l’ex-manager bancario Vincenzo Imperatore (ora consulente contro gli abusi delle banche) e l’ex-galeotto Peppe De Vincentis (ora attore e drammaturgo) tra storie di soldi, imbrogli e scrittura catartica si raccontano. La perdizione, prima, la redenzione, poi, in due libri-verità, due spettacoli teatrali e, ora, in un film documentario. Soggetto di Meola per VIRUS FILM in collaborazione con Amira3 e Reset. Musiche originali di Daniela Esposito.

Meola, ci racconti la storia di questo docufilm.


Il film nasce sette anni fa circa, quando conobbi separatamente, e per caso, quelli che sono poi diventati i co-protagonisti del mio racconto, ovvero Vincenzo Imperatore, ex-manager bancario, prima gola profonda del sistema finanziario italiano, e Peppe De Vincentis, ex-terrore di banche, uffici postali e gioiellerie, negli anni ’80, con 30 anni di galera alle spalle, oggi drammaturgo e attore. I due uomini mi colpirono subito non solo per la particolarità evidente delle loro vite, ma anche perché ai miei occhi, metaforicamente, incarnavano due lati di una stessa medaglia, sia rispetto al contesto della città, di una Napoli matrigna e incombente, sia rispetto ai tempi correnti, nei quali a fronte di una delinquenza cosiddetta comune affrontata di petto, ci sono altri tipi di delinquenza, striscianti, nascosti dietro paraventi di pseudo-legalità che poi distruggono il tessuto connettivo, già lacerato, di una società come la nostra. Come ha dimostrato in pieno la crisi del 2008.


Come e perché nasce?


“La Conversione” nasce dall’intuizione di voler raccontare in parallelo le loro due vicende, di un ladro riconosciuto come tale e di un ex-manager, stimato e rispettato. Trovavo estremamente significativo questo gioco di specchi tra due persone apparentemente, e concretamente, così distanti ma allo stesso tempo portatori di esperienze che, in sostanza, hanno provocato lo stesso tipo di conseguenze sugli altri: spoliazione, impoverimento, trauma. Ci ho messo un po’ di anni per conoscerli come credevo fosse necessario, anche perché li ho incrociati all’inizio del loro nuovo percorso di vita, grazie al quale entrambi si sono del tutto emancipati da quello che erano stati fino a pochi anni prima. Una volta convintomi di avere tutti gli elementi necessari (con i loro racconti, avrei potuto farne quattro o cinque di lungometraggi come questo), ho semplicemente proposto loro questo progetto e il loro accettare senz’esitazione, pur non conoscendosi affatto tra loro, mi ha messo nella condizione di procedere senza pressioni e con la massima libertà creativa ed espressiva.


Che impatto crede possa generare sulla società questo tipo di denuncia?


Credo che il dramma della crisi del 2008, conseguente ad un folle quindicennio abbondante di privatizzazione selvaggia delle banche abbia prodotto uno shock enorme ma, incredibilmente, non così conosciuto. Imperatore, grazie alle sue denunce e allo svelamento di trucchi bancari, sempre al confine del para-legale, ha acceso un potentissimo faro sulle pratiche scorrette o illecite delle banche. Allo stesso tempo, la vita carceraria continua ad essere molto problematica e i racconti di uno che ci ha passato 30 anni dentro non possono che essere di monito e di insegnamento: Peppe è riuscito, proprio nel carcere di Benevento, ultima tappa nel suo percorso di detenzione, a comprendere forza e bellezza della scrittura e dell’arte teatrale. Come folgorato sulla strada di Damasco, proprio in carcere lui è riuscito ad… evadere. Un’evasione da quello che era, evidentemente. Entrambi hanno cominciato un potente percorso di conversione laica a “U” a partire dalla scrittura ed è proprio questo punto di contatto che mi ha spinto di scrivere il soggetto di questo film. Io, che amo la lettura in tutte le sue forme, dal saggio al romanzo, dalla diaristica alla poesia, quando ho letto i loro due libri, “Il Campo del Male” di De Vincentis, autobiografia del suo percorso delinquenziale e di vita, non privo di amara ironia, e “Io So e Ho Le Prove”, di Imperatore, caso editoriale del 2015, un saggio-memoriale pieno di rivelazioni e indicazioni precise, dal quale peraltro ho liberamente tratto anche l’omonimo spettacolo teatrale con la mia regia ed interpretazione (che tornerà in scena a fine giugno in occasione del Campania Teatro Festival 2021), ho avuto la certezza che raccontare le loro due vite avrebbe significato molto per chi avrebbe visto il film. Ognuno ci può vedere quello che ritiene più opportuno, ovviamente, ma resta che io trovo potente il confronto con persone, che tanto hanno sbagliato, che riescono a chiedere scusa e a non tirarsi fuori da quanto hanno commesso, che non si nascondono dietro azioni altrui ma che dicono chiaro e tondo: “ho le mie colpe e non mi nascondo dietro un dito”. Ecco, questo è il risultato più forte del mio incontro con loro, ritengo. In un Paese come il nostro, nel quale tutti scaricano le proprie responsabilità, trovo confortante conoscere qualcuno che non lo abbia fatto.


Quale risultato si aspetta?


Come tutti quelli che fanno il nostro mestiere, ovvero di narratore di storie, a volte su un palcoscenico, a volte con una macchina da presa, l’unico risultato, vitale, è che il film venga visto da quanta più gente possibile e che i feedback di chi lo vedrà possano essere il più possibile ricchi di considerazioni e spunti. Trovo da sempre che il confronto con lo spettatore attento e interessato sia un modo eccezionale di chiudere il cerchio attorno ad un lavoro cinematografico o teatrale.


Ci svela il dietro le quinte e il rapporto tra gli attori?


Peppe ed Enzo si erano intravisti giusto due o tre volte prima di girare, e sempre col mio tramite. Dato che la colonna portante del film è una cena nella molto più che modesta casa di Peppe (una vera catapecchia, potremmo dire), io volevo che i due non avessero molte conoscenze l’uno dell’altro proprio perché mi interessava che la curiosità reciproca deflagrasse davanti alla telecamera. E con mia sorpresa questa cena lunga e articolata si è rivelata un perla inestimabile, dato che i due si sono sinceramente interessati e incuriositi delle loro reciproche vite ed esperienze, facendosi domande che forse nemmeno io stesso avrei avuto l’intuito di fare, animati da una voglia evidente di capire ed empatizzare. Sono stati eccezionali e complici pur conoscendosi pochissimo, e questo è stato un dono prezioso ai fini della buona riuscita del film.


Dove ha girato le scene?


Il film è stato girato interamente a Napoli, in molti dei luoghi reali in cui loro sono cresciuti o hanno operato. Dall’aula magna dell’ex-Facoltà di Economia e Commercio dove si è laureato Imperatore, all’area ormai abbandonata in zona Cavalleggeri d’Aosta a Fuorigrotta, dove De Vincentis fu, di fatto, “deportato” da bambino con la famiglia, a causa dell’inagibilità dei palazzi in cui molti vivevano al confine tra i Quartieri Spagnoli e piazza San Ferdinando, dai Salesiani del centro Don Bosco, dove Imperatore più che imparare l’arte della tolleranza e dell’altruismo imparò l’arte della competizione, all’ex-Opg dove De Vincentis tentò il suicidio in una delle sue ultime detenzioni.


Curiosità e difficoltà sul lavoro durante le riprese...


Nessuna in particolare, se non quelle tipiche di una piccola troupe agile che cerca di braccare i suoi protagonisti cercando di essere quanto più invisibile possibile. Napoli è ormai un set a cielo aperto, fortunatamente, e questo significa che la gente è molto più abituata a vedere persone in giro con la strumentazione cinematografica. Visti i tempi attuali, il solo pensare che il film sia stato girato solo pochi mesi prima dello scoppio della pandemia mi fa fare un sorriso amaro perché sembra passato un secolo. Ma fortunatamente il cinema ha un potere, quello di farci scollare dal tempo reale e farci entrare in una sorta di bolla. Aggiungo che senza l’apporto creativo e produttivo dei miei collaboratori (da Daniela Esposito, la cui colonna sonora evocativa e straniante dona al film un tocco, a mio parere, inaspettato, ad Andrea Valentino, co-produttore e direttore di produzione, a Raffaele Tamarindo, montatore di gran talento), il film non avrebbe potuto vivere del tutto. Il cinema, come anche il teatro, è sempre un lavoro di gruppo e questo gruppo è stata magnifico.


© RIPRODUZIONE RISERVATA



Il film sarà visibile gratuitamente attivando un profilo sulla piattaforma MYmovies.it



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