L’angelo della speranza
- ComunicatiCultura
- 19 mar 2021
- Tempo di lettura: 4 min
Lo scrittore Giovanni Capurso racconta il
viaggio spirituale con il benedettino padre Anselm
di Francesco Gaudiosi
«Anche quando verranno soddisfatti tutti i bisogni materiali, nell’uomo rimarrà sempre un’esigenza per il trascendente, per il mistero, per Dio, perché non si può essere felici solo con la ricchezza. L’essenza dell’uomo è invece di realizzare se stesso». È un vero e proprio viaggio spirituale quello che viene raccontato nelle pagine del libro L’angelo della speranza, il recente lavoro letterario di Giovanni Capurso edito per edizioni Elledici (pagg. 32, euro 5.00). Il volume è il frutto del colloquio dell’autore con il benedettino Padre Anselm Grün, che Capurso ha incontrato nell’estate 2020 in occasione del settantacinquesimo compleanno del monaco e pensatore tedesco all’interno dell’abbazia di Münsterschwarzach, in Baviera.
Il benedettino è infatti un attento e riconosciuto studioso di psicologia e psicoanalisi nell’ambito del pensiero teologico e filosofico, avendo nei suoi scritti analizzato l’applicazione e i valori costitutivi della filosofia dei monaci benedettini all’interno di una società contemporanea governata dal caos, dalla mancanza di un equilibrio interiore che si riflette sulle relazioni interpersonali e che mina, in ultima istanza, la ricerca della felicità per ciascun individuo. Il volume, breve nel numero di pagine, ma permeante di spunti di riflessione, di rimandi alla filosofia classica e al pensiero teologico in relazione ai grandi pensatori (anche atei) del Novecento, è un percorso meditativo che guida il lettore, apre i suoi orizzonti di pensiero e offre una riflessione da custodire per la realizzazione spirituale personale.
Capurso, che emozioni le ha trasmesso parlare con un benedettino?
È uno di quei grandi incontri che fai nella vita e che soprattutto fanno la differenza. Come ho detto nella premessa del libro, Padre Anselm Grün mi ha abbracciato come fossi un fratello che non vedeva da anni, e ha fatto lo stesso con mia moglie. Ho avuto subito la percezione di essere dinanzi a una personalità veramente fuori dal comune.
Un colloquio ricco di spunti di riflessione, nonostante la brevità del volume. Sembra quasi che Padre Anselm voglia lasciare un non detto, un significato dietro le sue parole che deve essere interpretato, analizzato dal lettore per capire la profondità del messaggio che viene comunicato.
Il linguaggio di padre Anselm è semplice, scarno e, aggiungo, diretto. Questo vale per tutti i suoi libri, generalmente caratterizzati dalla brevità e dall’immediatezza. Sì, sembra che quasi voglia far pesare ogni parola, farla gustare. Ciò perché il suo scopo è andare all’essenza della vita. Gli aspetti importanti dell’esistenza non hanno bisogno di grandi giri di parole. Non hanno bisogno di piroette o effetti speciali.
La capacità del pensiero teologico cristiano sta nell'interpretare il messaggio – talvolta ateo – di grandi pensatori e filosofi della storia per traslarli in una visione religiosa che vivifica l’essenza del pensiero cristiano e si arricchisce dell'esperienza "altra" per esplorare nuovi orizzonti del sapere. Come pensa che Padre Anselm sia arrivato a tale sintesi?
Ogni autore – e questo vale soprattutto per i grandi – ha tante sfaccettature. L’onestà intellettuale ci impone di guardare a questi maestri del pensiero con rispetto, cercando per quanto possibile di prenderne il meglio e rigettandone quelli che possono sembrare superflui o non più attuali. Così è stato per esempio il cristianesimo delle origini che ha preso un pensiero pagano come il platonismo per rielaborarlo sotto una nuova luce. La stessa cosa vale anche oggi per autori come Marx, Nietzsche o Freud, i tre “maestri del sospetto”, prendendo da loro quello che può essere ancora vivo e attuale per noi. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo come nani sulle spalle dei giganti.
Sono stato colpito dalla frase di padre Anselm in cui distingue il cambiamento dalla trasformazione. Ad una sua domanda che le fa nel libro, il benedettino le risponde: «Il cambiamento sta ad indicare semplicemente il passaggio da uno stato all’altro. Invece la trasformazione prevede un processo di crescita, di umanizzazione. Il fine della trasformazione è diventare sempre più noi stessi. Si tratta di capire cosa cerchiamo, cosa vogliamo dalla vita». Mi lascia riflettere sull'abuso nella nostra società del termine cambiamento, quasi ad indicare un totale rigetto del passato, una cultura dello scarto stante ad esaltare unicamente il nuovo che avanza. Forse la trasformazione porta invece con sé l’idea di un mantenimento delle nostre radici, di una rinascita personale e collettiva che nasce dalle ferite del passato. Lei cosa ne pensa?
Sì, la nostra vita non è un semplice cambiamento, non è un mero passare dal una situazione all’altra, dal virtuale al reale. Tutti noi ci “trasformiamo” nel senso che nel divenire conserviamo sempre qualcosa del passato. C’è una dimensione storica dell’uomo che è ricchezza. Durante la vita qualcosa ereditiamo e qualcosa tramandiamo. Ora, ci dice padre Anselm, tutti noi sentiamo, qualche volta nella vita, il bisogno di cambiare, di rinnovarci e mutare insieme a noi quel che ci circonda. Si tratta di momenti di crescita nelle nostre vite, ma a volte ne abbiamo paura e decidiamo di non affrontarli. Ma, suggerisce Anselm Grün, se invece di pensare il cambiamento come una rivoluzione provassimo a vivere la nostra esistenza come una continua trasformazione? E se questa trasformazione la vivessimo in comunione con gli altri e con il percorso che Dio ci offre quotidianamente? Trasformazione, dunque, e non cambiamento. Di questo processo padre Anselm, in altri suoi libri, ci offre una serie di esempi tratti dalla narrazione fiabesca, dalla riflessione psicoanalitica e, naturalmente, dal testo biblico.
L’angelo della speranza è disponibile in tutte le librerie e sui consueti canali di acquisto online.




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