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Il sacrificio di un idealista “concreto”

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 27 set 2021
  • Tempo di lettura: 3 min

Giovanni Capurso in La ghianda e la spiga ripercorre la storia di Giuseppe Di Vagno, primo parlamentare vittima dello squadrismo fascista



di Antonio Tedesco

Avvenuta il 26 settembre 1921, a seguito dell’attentato subito la sera precedente (25 settembre), la morte di Giuseppe Di Vagno è un capitolo della nostra storia recente che ancora aspetta di ricevere la giusta attenzione. Forse più ancora del maggiormente celebre delitto Matteotti, l’assassinio di Di Vagno, avvenuto tre anni prima, quando il fascismo non si era ancora impadronito del potere, può essere considerato come un evento chiave di quel particolare momento storico politico italiano e, di certo, un punto di svolta decisivo. Che giunse al culmine di un periodo di gravi tensioni dove il contrasto tra le istanze sociali dei lavoratori, in particolar modo quelli del settore agricolo, e il caparbio e cieco arroccamento delle forze conservatrici che difendevano gli interessi degli industriali e dei proprietari terrieri, aveva assunto toni di inaudita violenza. Favoriti dalla classe dirigente di quegli anni che per incapacità e opportunismo, non seppe, e non volle, gestire il conflitto.

La carriera politica di Di Vagno fu breve e folgorante. Nato nel 1889 a Conversano, in provincia di Bari, da famiglia di umili origini, fu fin da giovanissimo impegnato nella lotta per il riscatto sociale di operai e contadini costretti a lavori massacranti e a condizioni di vita miserevoli. Mosso da un idealismo sincero, bilanciato da un altrettanto connaturato spirito pratico e concreto, l’adesione al Partito Socialista fu il naturale sbocco del suo percorso all’interno della realtà politica, sociale e civile in cui si trovò a vivere. Un percorso che, pur non senza ostacoli (il suo dichiarato pacifismo durante il Primo Conflitto Mondiale gli costò internamenti ed emarginazione anche in ambienti della sua parte politica) lo portò giovanissimo, dopo la laurea in giurisprudenza, ad essere eletto deputato del Regno. Carica che ricopriva quando, la sera del 25 settembre 1921, alla fine di un comizio elettorale tenuto a Mola di Bari, non lontano dalla sua Conversano, cadde vittima di un agguato da parte di un gruppo di fascisti, esponenti di quel cosiddetto squadrismo che in quegli anni, con cieca e ottusa violenza, perseguiva con ogni mezzo (incendi, devastazioni, pestaggi, omicidi) l’annientamento dell’avversario politico considerato alla stregua di un vero e proprio nemico, aprendo in questo modo la strada al regime che di lì a pochi mesi avrebbe occupato l’Italia per i successivi vent’anni. L’assassinio di Di Vagno fu un salto di qualità. L’innalzamento del livello della lotta, in quanto la vittima era un parlamentare regolarmente eletto. Quasi un anticipo delle minacce che Mussolini avrebbe rivolto poco tempo dopo all’intero Parlamento. In questo senso la figura di Di Vagno, e la sua fine ad appena trentadue anni, assumono un ulteriore valore simbolico. Che Giovanni Capurso, in questo esauriente e documentato saggio (La ghianda e la spiga – Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo, Progedit Editore) mette ben in luce in tutti i suoi aspetti. Facendo in modo che la figura dell’uomo, del militante, del politico, non sia mai avulsa dal contesto in cui si muove. E questo è forse uno dei principali meriti del lavoro di Capurso. Quello di offrire un quadro storico esaustivo, contestualizzato essenzialmente in un determinato luogo, la terra di Puglia, con la sua originaria vocazione rurale, che si eleva simbolicamente a paradigma di quanto in quegli anni avveniva nell’intero Paese.

Il contributo di Capurso alla riscoperta e alla rivalutazione della figura di Di Vagno assume ancor più importanza in virtù del fatto che né i tribunali fascisti (prevedibile), né quelli repubblicani del Dopoguerra (meno prevedibile e giustificabile) hanno saputo o voluto rendergli giustizia. Gli esecutori materiali del delitto se la cavarono con assoluzioni e amnistie. Sui mandanti che di sicuro avevano mosso le fila dietro le quinte, buio assoluto.

Una storia, quella di Di Vagno che va recuperata perché ha ancora molto da insegnarci. Perché nessuno si senta mai garantito o al sicuro “a prescindere”. Perché è passato un secolo, ma sembra ieri. E basta un attimo di distrazione che potrebbe diventare oggi.


La ghianda e la spiga – Giuseppe Di Vagno e le origini del fascismo

di Giovanni Capurso – Edizioni Progedit ; pag. 110; € 13,00


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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