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Diciamo NO alla violenza sulle donne, diciamo NO alla violenza di genere

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 25 nov 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

"Aurelia Primavera" racconto di Monica Lucignano tratto da una storia vera



Mi chiamo Aurelia e non ho nulla di aureo. A scuola mi chiamavano ‘o trans perché ero più alta dei maschi della mia classe e scura. Di capelli di occhi di pelle. Questo non ha aiutato la mia autostima.

Forse è per questo che decisi di stare con Valerio, anche se lui mi trattava una pezza. Non mi ha mai picchiato, come succedeva alle mie amiche, ma forse non mi picchiava proprio perché non ci teneva a me. In compenso mi faceva piangere senza mazzate. Mi dava appuntamenti a cui non si presentava e se riusciva a passare da me, mi lasciava le briciole della sua giornata; mai quello che volevo, mai quello di cui avevo bisogno. Non era colpa sua; anche se capiva quello che volevo non era proprio capace di riempire i miei vuoti. Invece io ero il suo specchio, pure quando quello che vedevo non mi piaceva per niente.

Così una sera andai in centro con i miei amici, in un locale a cui davamo del tu e mentre aspettavo –in quella seratina fresca di primavera che speri in un’estate migliore- Valerio diventava il senso della mia serata mentre tornava da Roma. “Sto al casello, faccio tardi, dai ci vediamo domani!”. “No, ti aspetto! Sto in centro, non torno presto, ho bisogno di vederti”. Andò avanti così tutta la sera fino alla circonvallazione, a quel bivio a cui Valerio girò per tornare a casa ed io rimasi sola per l’ennesima volta. Avevo già perso il conto delle birre ma mi reggevo in piedi e riconoscevo quelli che erano intorno a me. Ma l’alcool abbassa i riflessi e le difese, e in macchina del tizio che si era offerto di portarmi a casa stavo quasi per addormentarmi. Non me ne fregava nulla se comprava le sigarette e se allungava il giro; io pensavo solo a come farla pagare a Valerio, domani.

Domani…ma intanto quello sporco aveva bloccato la portiera dell’auto contro un muro. E quando mi sorrise e mi chiese perché fossi così triste era già troppo tardi. La mano diretta verso la mia guancia scivolò dietro la schiena a bloccarmi i polsi e l’altra mano finì dietro la mia nuca per attirarmi verso un bacio che non avevo chiesto. Quell’enorme ammasso di carne che sembrava la sua lingua finì nella mia bocca spalancata per protestare “Che cazzo stai facendo?”, ma lui lo interpretò come un si e mi afferrò i seni; li masticò tra le dita fino a lasciarmi dei lividi che ho fatto fatica a nascondere per i successivi dieci giorni. Purtroppo ho le piastrine basse, così mi ha sempre detto mia madre. La paura mi ha aiutato a realizzare in quale pericolo mi trovassi, senza la possibilità di chiedere aiuto a nessuno; la gente dormiva, io non avevo vie di fuga e persino il respiro mi si era bloccato in gola, incollato con la sua saliva alle mie tonsille.

Che cosa mi ha salvato?

Il fatto di aver stretto le gambe con quanta forza mi era rimasta in corpo. Le calze a rete ho dovuto buttarle, erano a maglia larga e piene di buchi. Lividi sulle cosce ne avevo pochi, si vede che ho stretto bene; ma soprattutto, si vede che lo sporco non era così pazzo e furioso come tanti altri maschi che hanno fatto lo stesso regalo a molte delle mie amiche. Se ci mettessimo insieme a raccontare tutte le nostre storie, la gente ci chiamerebbe la comitiva delle puttane! Perché la gente ti giudica e ti condanna, senza se e senza ma.

La colpa è tua perché:

· Hai bevuto

· Non gli hai detto “voglio tornare a casa”?

· Non gli hai dato uno schiaffo?

· Avevi le calze a rete!

· Stavi in giro a quell’ora!

· Etc. etc. etc. etc. etc…

E alla fine, c’è ancora qualcuno che ti chiede “perché non hai denunciato?”. La risposta è orribile semplice sotto gli occhi di tutti : perché la colpa comunque è mia.

Posso accettare che mi chiamino stronza perché vivo a modo mio, ma faccio fatica a capire chi vuole trasformarmi da vittima in carnefice, come dice Mariarca la mia amica. Il carnefice, mi ha spiegato, è quello che ha fatto il male, non tu! E’ stata carina a dirmelo, ma non è servito a molto; ho parlato pure con Stefania di questo fatto, un giorno che stavo proprio male. Pensavo fosse un’amica, e, in fin dei conti, avevo un bisogno disperato di urlare al mondo che cose così non dovrebbero mai capitare, né a me né a nessun altra. Ma Stefania è una di quelle che, la prima cosa che mi ha chiesto, è stata: “ E tu non gli hai chiavato ‘nu pacchero?”. E come facevo a spiegarle che, in quei momenti, non hai ossigeno per fare niente? Che non ci credi che stia capitando a te; che uno che conosci –e lo conosci per uno normale-, uno che non ti ha mai fatto capire niente riguardo ad un suo eventuale interesse per te, una sera si sente “Maledetta Primavera” e la prima che passa, la schianta in un angolo di muro, senza sale e senza olio? Manco fossi un pezzo di carne e non una persona. Ho passato mesi a chiedermi che cosa avevo fatto per provocarlo, per indurlo a pensare che ci sarei stata con lui, per autorizzarlo a mettermi le mani addosso, ma niente!

Lo psicologo del Consultorio mi ha detto che alcune donne ce l’hanno questa fantasia; si, insomma, quella di essere prese con la forza, di essere violentate, perché così dopo non si sentono in colpa. Ma in colpa di che? Ma stiamo ancora al sesso legato al senso di colpa? Allora ditelo chiaramente che vi piace la femmina col chador e fateci stare tranquille! Ditelo che, ad un certo punto della vostra vita da maschi, vi volete sposare a mammà però volete pure la porca a letto! Gli uomini dovrebbero far pace con la testa e andarci loro dallo psicologo, non mandarci a noi!

Alla fine, se volevo fare sesso estremo lo dicevo a Valerio, mica aspettavo allo sporco!


Proponiamo questo video illuminante per gentile concessione di

IDN - Itinerari di Napoli



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