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"Bros" di Romeo Castellucci. Teatro Bellini, dal 13 al 18 dicembre

  • Immagine del redattore: ComunicatiCultura
    ComunicatiCultura
  • 8 dic 2022
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 15 mag 2023


Concezione e regia Romeo Castellucci, con Valer Dellakeza, con gli agenti Luca Nava, Sergio Scarlatella e con uomini dalla strada, musica Scott Gibbons, collaborazione alla drammaturgia Piersandra Di Matteo, assistenti alla regia Silvano Voltolina, Filippo Ferraresi, una coproduzione Societas, Kunsten Festival des Arts Brussels, Printemps des Comédiens Montpellier 2021, LAC Lugano Arte Cultura, Maillon Théâtre de Strasbourg - Scène Européenne; Temporada Alta 2021, Manège-Maubeuge Scène nationale, Le Phénix Scène nationale Pôle européen de création Valenciennes, MC93 Maison de la Culture de Seine-Saint-Denis, ERT Emilia Romagna Teatro Italy, Ruhrfestspiele Recklinghausen, Holland Festival Amsterdam, Triennale Milano Teatro, National Taichung Theater, Taiwan.


Lo spettacolo si apre con scene della quotidianità, ma la naturalezza che le caratterizza si fa divorare dall’onda progressiva di una regolamentazione. Una dittatura invisibile governa lo spettacolo.

Gli Attori reclutati non hanno imparato la parte: la imparano mentre la assumono, attraverso l’esecuzione di ordini telecomandati. Questi Attori, per poter partecipare allo spettacolo, hanno controfirmato un patto in cui dichiarano di attenersi fedelmente ai comandi. Si tratta di un impegno che essi devono essere in grado di condurre fino in fondo. La coscienza si ferma qui. Poi comincia l’esperienza dell’alienazione, in cui eseguiranno azioni senza capire, né prepararsi.

Cosa significa questo? Questa condizione, lungi dall’essere un’improvvisazione costruttiva, schiaccia il tempo della consapevolezza fino ad azzerarlo. È un paradigma di velocità massima che brucia ogni interstizio minimamente critico. È dunque un ‘abbandono’, un votarsi, un annullarsi, in una parte che gli Attori non conoscono? Sembrano gesti intimi, a vederli dall’esterno, e lo sono, ma noi sappiamo anche che sono gesti ‘intimati’, in una oscura confusione tra intimità e intimazione; in una frenesia che non consente alcuno spazio al ripensamento.

Ciò che si vede è un mucchio di azioni, che vieppiù aumenta fino a saturare il palcoscenico, fino a riempire il mondo. Si tratta di azioni semplici, quotidiane, forse strane perché fuori contesto, ma comunque ben riconoscibili ed eseguite individualmente. Vi è una prepotenza dell’azione rispetto al pensiero, il quale non sembra avere alcuna importanza qui; il pensiero abdica al suo ruolo di causa che genera azioni, e pure a quello di giudice delle azioni appena compiute. Tutti sanno esattamente cosa fare, ma questa veduta, che si apre come da una terrazza sporgente su una piazza, suscita la domanda: chi sono? cosa fanno? dove vanno? E ci accorgiamo che, nel loro essere individui, sono, in realtà, simili, anzi somiglianti. Sono fratelli. Oppure sembra la moltiplicazione allucinata di una stessa persona che, nel medesimo tempo, condensa centinaia di azioni differite saturando lo spazio. No, non si tratta di decisioni. Si tratta di esecuzioni. In un tempo strozzato.

A rafforzare la somiglianza della condizione di questi uomini, ora osserviamo che tutti vestono in uniforme. È la divisa tipica da poliziotto del cinema americano. Muto e comico. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la Legge, ma qui la Legge si trasforma puntualmente in farsa.

La precisa iconografia del poliziotto del cinema muto convoca la Legge che prepara e innesca il dispositivo del disastro. Il comico come hard-core della Legge. Le potenzialità comiche - che inevitabilmente si scatenano - curvano alfine verso una dimensione oscura e perturbante.

Nella pièce la schematica determinazione dei comandi costringe a un serrato confronto con l’indeterminatezza del tempo di esecuzione che, scorrendo, reca con sé il caso e l’inesperienza; il timore di sbagliare e la perseveranza nella fermezza; la comicità e la violenza: l’una il sembiante dell’altra.

Alle presenze di questi pseudo-attori è chiesto di incarnare una qualità scenica che vive nell’istantaneità di compimento dell’azione; che taglia fuori ogni psicologia meditata per far spazio alla verità dell’esperienza, perché ciò che conta, qui, è l’immediata incorporazione della risposta e non l’improvvisazione smaliziata di chi conosce il mestiere.

Tra le numerose scene che affollano il palcoscenico si formano situazioni insolite ed emblematiche. Esse segnalano il doppio e triplo-fondo dell’apparenza; il versante tenebroso della logica; l’inconsistenza delle certezze… Le immagini mentali prendono il sopravvento nello spazio e si abbinano a certi motti, in un totale sincretismo, per approdare a un nuovo effettivo linguaggio: enigmatico, arcano, muto, formato da figure che rimandano sempre a qualcos’altro, alla stregua dei geroglifici e, al contrario di quanto accade nel linguaggio ordinario, dove le cose sono significate soltanto dai nomi che le definiscono.




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