Autore del noir storico “Paura ai Grandi Magazzini”, edizioni Stamperia del Valentino di Paolo Izzo
- ComunicatiCultura
- 25 mag 2022
- Tempo di lettura: 9 min
Intervista allo scrittore Giuseppe Esposito

di Valeria Marzoli
“PAURA AI GRANDI MAGAZZINI” è il nuovo noir storico di Giuseppe Esposito, pubblicato da Stamperia del Valentino, euro 21, pagine 350, ambientato a Napoli nei primi del Novecento. Qui il commissario Ruffo, durante le sue indagini, esplora vite che si intrecciano sullo sfondo di fatti storici realmente accaduti. In una Napoli che vive gli ultimi sprazzi della Belle Époque, nel 1912, Ruffo è chiamato ad investigare sul caso dell’omicidio di una giovane donna, trovata nel cortile di un palazzo della zona di Chiaia. Mentre Ruffo e il suo aiutante, ispettore Lezzi, avviano le indagini, arriva la notizia del ritrovamento del cadavere di un’altra giovane donna. Il luogo del ritrovamento, la stazione della funicolare del corso Vittorio Emanuele, non è lontano dal primo...
“PAURA AI GRANDI MAGAZZINI” combina con particolare abilità, eventi di pura immaginazione con fatti storici creando una realtà letteraria che coinvolge emotivamente i lettori. Noir storico che lascia con il fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina.
Esposito, quale è il processo creativo che si cela dietro “Paura ai Grandi Magazzini”?
“Come avviene normalmente per ogni scrittore, il processo creativo è qualcosa di molto istintivo e che solo a posteriori si riesce a razionalizzare ed a rendere esplicito. La pulsione a narrare e quindi a scrivere è infatti qualcosa di primordiale e di insito in noi. Tale tentativo di analizzare il proprio metodo di creazione, avviene quando ci si trova di fronte a domande come questa. Per quanto mi riguarda, anche nel caso di “Paura ai Grandi Magazzini”, tutto si basa sulla curiosità per il mondo circostante, per la sua realtà che si è portati ad osservare con particolare attenzione. Nel corso di questa osservazione che è un processo spontaneo, quasi automatico, vi sono poi degli elementi, dei fatti che si distaccano dalla norma e che colpiscono la mia attenzione. Quando parlo di realtà mi riferisco sia a quella attuale che osservo sia direttamente, sia attraverso le cronache che negli scambi con le persone con cui entro in contatto, vi è poi anche la realtà del passato con cui entro in contatto attraverso la lettura e la ricerca e, nel mio caso, data l’età, attraverso le narrazioni di persone che di quel passato sono state testimoni. Pensi che i miei nonni sono nati tutti nell’ultimo scorcio del XIX secolo. Io ho vissuto l’infanzia e l’adolescenza in un mondo in cui la velocità del cambiamento non era così accentuata come quella che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.
Al momento in cui un particolare evento, un personaggio, un fatto colpisce la mia attenzione ed accende la mia fantasia incomincio a contestualizzare la cosa nel periodo in cui ho deciso di ambientare il nuovo romanzo. Comincio ad abbozzare una prima grossolana trama, senza troppo scendere nei dettagli, ma solo per sommi capi, riservandomi poi la possibilità di mutare direzione di marcia in corso d’opera. Quando inizio la stesura di un nuovo romanzo è come se mi imbarcassi in un’avventura i cui contorni non sono molto precisi. Cerco di costruire intorno al fatto o al personaggio una realtà che sia verosimile. Per far questo utilizzo avvenimenti e personaggi realmente esistiti e cerco di porli in relazione con i protagonisti che sono poi i personaggi da me creati. Questi fanno corona al protagonista ed interagiscono con lui in maniera che sia funzionale alla storia che voglio narrare e che vado costruendo mano a mano. Mi immergo poi in quella realtà che diviene concreta per me e cerco di ragionare come i personaggi della storia e di immaginare le loro reazioni ai fatti che metto in campo.
Oggi dopo un buon numero di romanzi pubblicati ho creato un insieme di personaggi fissi, una sorta di equipe che mi aiuta a costruire la storia appoggiandomi a punti fissi. I protagonisti e tutti i personaggi di contorno costituiscono in pratica una sorta di realtà parallela che diventa, per una sorta di mondo reale in cui entro di volta in volta. Tali mondi sono, oggi, più di uno, ciascuno legato ai luoghi in cui le mie storie si svolgono. Il processo creativo è dunque per me una sorta di viaggio nel tempo e nello spazio”.
Ambientare il proprio lavoro su fatti realmente accaduti nel passato implica senza dubbio delle ricerche approfondite e attendibili. Quali sono state le sue fonti nello scrivere il suo ultimo libro?
“In parte ho già dato una risposta poco più sopra. Attingo molto alla mia personale esperienza, che è per forza di cose piuttosto lunga. Tenendo presente che sono stato per tutta la vita un lettore onnivoro e che la mia attenzione è stata sempre rivolta, oltre che alla narrativa anche ai testi di storia. Segnatamente mi ha sempre interessato la storia della mia città natale negli ultimi tre secoli il XVII, il XIX ed il XX. Molti dei testi pubblicati dal mio editore, la Stamperia del Valentino, hanno come oggetto la storia della città, dei suoi costumi, dei suoi personaggi e della società napoletana, anche con riferimento alle cronache cittadine. Di recente un libro che mi ha molto interessato è stato invece “Napoli Belle Époque”, di Francesco Barbagllo, edito da Laterza. Inoltre abbiamo oggi uno strumento preziosissimo che è internet che ci permette facilmente di accedere ad informazioni che, un tempo, richiedevano un faticoso lavoro di ricerca in biblioteca”.
Quale ruolo gioca la finzione letteraria all’interno del suo romanzo?
“La finzione letteraria è tutto. Le mie sono opere di fantasia, cui la realtà fa da supporto per la creazione di trame verosimili e che coinvolgano il lettore e lo trascinino in un’epoca oramai tramontata, il cui fascino cerco di riesumare nella mia narrazione. Bisogna però precisare che quando ci si cala in un contesto di fantasia e ci si immedesima nella vita dei propri personaggi il confine tra la realtà e la finzione diventa davvero esile. Quel mondo in cui ci si è calati diventa reale.
Del resto Calderòn de la Barca non affermava che “La vida es seuño y los sueños sueños son”?”.
“Percorsero tutta via Toledo, che era una sorta di ribalta sulla quale andava in scena tutta la più varia umanità che caratterizza Napoli”. Dal suo libro emerge una città di Napoli vera e inquietante. Quanto è stato importante per lei il contesto urbano di Napoli nella sua storia?
“Credo che Napoli, città nella quale sono nato sia una città tutt’affatto peculiare. Uno stesso evento ambientato in una città diversa non avrebbe le implicazioni e le risonanze che esso assume a Napoli. Del resto Curzio Malaparte affermava a proposito della città di Partenope: “Napoli è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non sia affondata nell’immane naufragio della civiltà antica”.
Inoltre il mio legame con essa, come accade alla maggior parte dei suoi figli, è viscerale, ancor prima che razionale. Esso è simile a quello che si ha con la propria madre. Pertanto raccontare storie ambientate nel contesto napoletano suscita in me emozioni profonde e mi ha permesso di aspirare ad essere qualcosa che ho lungamente sognato per tutta la vita. Uno scrittore. Sebbene io non osi riferirmi a me stesso con tale termine. Mi sento sempre un aspirante”.
Qual è il messaggio del suo libro?
“Quando si mette mano alla scrittura di un romanzo, difficilmente si ha in mente un messaggio da trasmettere. Si scrive per il piacere di farlo e si corre l’avventura, spesso, anche come evasione dalla realtà. Tuttavia accade poi, quasi inconsciamente, inanellando fatti e comportamenti dei propri personaggi che un messaggio venga fuori. Se non altro dal modo in cui si fanno affrontare ai propri personaggi le difficoltà della vita. Pertanto il messaggio che forse si può cogliere da questo mio romanzo è quello di non arrendersi mai. Anche di fronte a difficoltà che possono apparire insormontabili, non bisogna mai desistere e gettare la spugna. Il commissario Ruffo è un uomo che ha improntato la propria sulla base di valori quali la Giustizia e la Verità Egli assolve il proprio compito come se fosse una missione. Egli può forse apparire come un idealista, in questo nostro mondo così venale. Eppure tutti noi dovremmo porci obbiettivi alti e perseguire ideali che nobilitino la nostra esistenza. Una vita priva di valori non ha senso. Forse, se ci poniamo obbiettivi difficili, può accadere che sia difficile raggiungerli, ma, in ogni caso, bisogna tendere ad essi anche asintoticamente, per dare un senso al nostro percorso in questo modo: fatti non fummo a viver come bruti… diceva già padre Dante”.
“E vuie pe’ ’na cosa ’e niente me vulisseve arrestà? Nun ve abbastano ddoje?” Perché, a volte, ha scelto di utilizzare la lingua napoletana? Non crede che questo possa penalizzare la diffusione del suo libro?
“Non credo. Del resto la lingua napoletana, come lei giustamente ha detto ha avuto una diffusione nel mondo intero grazie all’espressione del genio artistico napoletano. A partire dalla canzone classica napoletana, al cinema e al teatro. Si pensi al teatro di Eduardo che egli ha rappresentato sui palcoscenici di tutto il mondo, dall’America alla Russia, alla Gran Bretagna. Del resto immagini una scena con due fidanzati e lui che dice alla sua lei: “Te voglio bene, assaje” (come nei versi appunto di una famosa canzone). Tu senti nelle parole un vero sentimento, un qualcosa di viscerale che ti prende fin nel profondo. Quanto più freddo sarebbe se lui si rivolgesse all’amata con un “Ti amo”.
Inoltre senza voleri paragonare immeritatamente ad una autore di largo successo come Camilleri, il suo dialetto siciliano, assai meno comprensibile della nostra lingua napoletana, non ha certo nuociuto al successo del suo Montalbano, anzi gli ha dato qualcosa di peculiare, un gusto tutto suo per il quale i lettori hanno amato quelle storie”.
Qual è stato l’aspetto più difficile che ha dovuto affrontare nello scrivere il suo ultimo noir?
“L’evento che ho posto al centro di questo romanzo era alquanto singolare, atipico. Non si trattava questa volta del classico delitto per cui valeva la norma “Cherchez la femme”, oppure quella di seguire il denaro o di chiedersi “cui prodest?”. In questo caso il movente era assai difficile da individuare. Si poteva pensare alla follia, ed infatti ho tirato in ballo il fondatore della psichiatria italiana, quel Leonardo Bianchi, che, guarda caso, in quell’epoca operava a Napoli (a rafforzare la tesi di una Napoli che ancora era viva e competeva a livello europeo). Ma se alla base del delitto vi era la follia assai difficile era immaginare un epilogo. In genere i delitti nei gialli sono di natura passionale o di interesse, questa volta infine alla base dei delitti ho dovuto immaginare una sorta di follia causata da una disperazione esistenziale che aveva rovinato la vita a tre generazioni: Efisio Marini, conosciuto come il pietrificatore, sua figlia e la nipote”.
Tre aggettivi per descrivere “Paura ai Grandi Magazzini”
“Questa è la cosa che trovo più difficile, trovare una definizione ai miei romanzi. Io li vivo dall’interno e mi è difficile osservarli da fuori. Comunque posso tentare di dare della storia queste caratteristiche: Insolita, coinvolgente, e per un certo senso istruttiva. Nel senso che non bisogna mai fermarsi alle apparenze”.
L’identità storica e culturale del Meridione non può prescindere dal suo passato. Quanto è importante conoscere gli eventi più salienti del nostro passato.
“Conoscere le proprie radici è indispensabile. Non si può progettare alcun futuro senza conoscere il proprio passato. Noi siamo il frutto di quanto accaduto nel passato e la sua conoscenza aiuta a conoscere se stessi. Nel caso di noi napoletani, potrei dire che è ancora più importante. Infatti il degrado in cui la nostra città è stata ridotta si vuole far credere che sia colpa della nostra inettitudine, della nostra incapacità meridionale, della nostra indolenza. La vulgata comune al nord è quella di meridionali, scioperati, inetti e parassiti. In realtà Napoli è stata una delle capitali più importanti e vivaci culturalmente a livello europeo. La sua decadenza e le miserevoli condizioni in cui oggi versa cono la conseguenza della mala unità. Del modo scellerato, cioè, in cui l’unità del paese fu realizzata. Ancora mezzo secolo dopo quell’evento mal condotto la nostra città ancora competeva con città quali Londra o Parigi. Ed il periodo in cui meglio si espresse la vitalità residua dalla ex capitale del regno meridionale fu appunto quello che va sotto il nome di Belle Époque. Periodo in cui amo ambientare le mie storie. Conoscere quel passato può spingerci ad uscire dall’empasse del presente. A tal proposito mi è capitato, pochi giorni fa di leggere su Napoli le parole di un intellettuale francese molto ammirato dalla nostra città, Jean Noël Schifano: “E dico che tutti i mali di Napoli nascono a Rom. In un secolo e mezzo hanno fatto di tutto per trasformare la grande capitale che, nei secoli, è stata Napoli in una città bonsai, privandola di banche, ferrovie, cantieri navali e opere d’arte. L’hanno trasformata in una città assistita da tenere al guinzaglio. E ora le lasciano la monnezza, dopo che per decenni le hanno portato i rifiuti tossici delle fabbriche del nord”.
Chi è Giuseppe Esposito oltre la scrittura?
“Giuseppe Esposito è un uomo il cui destino ricalca quello di altri figli di Partenope. Un uomo che ha dovuto trovare, in sé, la forza di rialzarsi e di ricominciare, molte volte, dopo aver subito l’assalto di eventi tragici della vita. Assalti che gli hanno reso assai arduo il “mestiere di vivere”, tanto per citare Pavese. E la scrittura è stato l’ultimo modo di reagire ad una fase della vita in cui rischi di sentirti emarginato. Un momento in cui i tuoi orizzonti, per motivi anagrafici tendono ad essere sempre più limitati, col rischio di perdere interesse alla vita. Invece aver rispolverato un sogno di gioventù mi ha aiutato a sentirmi ancora in gioco. A pensare di potere avere ancora degli obbiettivi e a cercare di realizzarli, senza pensare al tempo che scorre inesorabilmente”.
© Riproduzione Riservata




Commenti